[Analisi] Devianza sociale in aumento: il segnale silenzioso della fragilità dell'economia italiana

Osservatorio Economia
25
Gen

[Analisi] In Italia aumenta la Devianza Sociale, indicatore nascosto di un’economia fragile

All’Osservatorio Economia affrontiamo l’analisi economica come parte integrante delle dinamiche sociali. L’economia, infatti, non può e non deve essere letta esclusivamente attraverso gli occhiali della finanza o logiche mercatiste o indicatori classici ma non esaustivi come il PIL, ma va interpretata alla luce degli effetti concreti che produce sulla vita delle persone e sulla coesione della società.

Tra le tante questioni sociali che si ritiene giusto trattare a queste latitudini, c’è sicuramente e da sempre la devianza sociale. Questa rappresenta, a ben vedere, uno degli indicatori meno visibili dello stato dell’arte o della salute di un’economia di un paese o di un territorio.

Con Devianza Sociale si intendono quei comportamenti che si discostano da valori, schemi e norme condivise dalla società.

Questi fenomeni, pur spesso invisibili nelle statistiche economiche tradizionali, rappresentano segnali concreti della fragilità del tessuto sociale, e sono strettamente collegati a problemi economici strutturali come povertà, disoccupazione, disuguaglianze territoriali e mancanza di opportunità per le nuove generazioni.

La devianza sociale può, quindi, essere letta come un indicatore nascosto dell’economia reale, per il semplice fatto che riflette le difficoltà delle persone nel soddisfare bisogni fondamentali e, allo stesso tempo, mette in luce le debolezze delle politiche economiche implementate. Analizzarla è strategico e consente di individuare, in controluce, le disfunzioni della stessa.

Tipologie di Devianza Sociale

La Devianza Sociale va, quindi, analizzata e compresa affondo in tutte le sue possibili forme, storicamente e soventemente ridotte mediaticamente alla sola dimensione criminale o a comportamenti devianti come spaccio, vandalismo, alcolismo, prostituzione, furti, rapine, etc.

Qui le principali categorizzazioni:

Criminalità e microcriminalità

  • Furti, rapine, truffe e frodi economiche
  • Spaccio e consumo di droghe
  • Vandalismo urbano e danneggiamenti
  • Estorsioni, racket e violenza domestica
  • Cybercrimine

Devianza giovanile

  • Abbandono scolastico e bullismo (incluso cyberbullismo)
  • Comportamenti antisociali in gruppo o a rischio (alcool, sostanze, guida spericolata)
  • Trasgressione delle regole sociali

Devianza economica e lavorativa

  • Lavoro nero o sommerso, sfruttamento lavorativo
  • Evasione fiscale, frodi e corruzione

Devianza sociale e culturale

  • Discriminazione, razzismo, xenofobia e esclusione sociale
  • Alienazione culturale e isolamento sociale
  • Prostituzione e sfruttamento sessuale

Devianza urbana e ambientale

  • Degrado urbano, occupazioni abusive e abbandono di rifiuti
  • Comportamenti che minano la sicurezza collettiva

Devianza politica e istituzionale

  • Corruzione politica e violazioni dei diritti civili
  • Incitamento alla violenza politica, terrorismo o estremismo

Devianza “invisibile” o nascosta

  • Isolamento sociale e ritiro dalla comunità
  • Dipendenze non riconosciute (gioco d’azzardo, tecnologia/internet)
  • Criminalità economica sofisticata o mascherata da legalità

Nelle economie e società più sviluppate, molti di questi fenomeni tendono a diminuire grazie a un accesso più ampio all’istruzione, a servizi pubblici efficienti, a opportunità lavorative e a reti di sostegno sociale consolidate. La stabilità economica e la coesione sociale funzionano infatti come fattori protettivi, riducendo la probabilità che gli individui ricorrano a comportamenti devianti per sopperire a bisogni o frustrazioni.

Tuttavia, in questo preciso momento storico, nessun luogo può dirsi completamente immune a riguardo. La globalizzazione e il nazionalismo, le crisi politiche e le crisi economiche ricorrenti, le crisi migratorie, il capitalismo e consumismo sfrenato, l’individualismo crescente, le disuguaglianze sempre più marcate e i cambiamenti tecnologici accelerati hanno reso queste problematiche universali e trasversali. Anche nelle economie più ricche emergono forme di devianza sociale “moderna”: cybercrimine, evasione fiscale sofisticata, dipendenze tecnologiche e marginalità urbana nelle grandi città.

Questo dimostra che la devianza sociale può non essere semplicemente un indicatore di povertà o arretratezza economica, ma un indicatore complesso dello stato di salute della società. La sua presenza, anche nelle realtà più avanzate, segnala che la crescita economica da sola non basta: senza coesione sociale, inclusione e opportunità per tutti, i fenomeni devianti continueranno a manifestarsi, spesso sotto forme nuove e più sofisticate.

Entriamo però nel fenomeno muovendoci su quelle che ritengo essere le cause più evidenti.

Le cause principali della devianza sociale

Disoccupazione e precarietà lavorativa e quindi la mancanza di opportunità legittime spinge individui e giovani verso comportamenti devianti. In Italia, la Povertà relativa tocca il 14,9% delle famiglie (ISTAT, 2025). Chi non può raggiungere obiettivi sociali attraverso mezzi leciti tende a cercare alternative non lecite, come microcriminalità e lavoro nero oppure manifesta il dissenso con azioni vandaliche o sabotanti.

Le Disuguaglianze territoriali. Il divario economico tra Nord e Sud o tra territori e tra nazioni e paesi non si traduce solo in indicatori come il Pil, ma in accesso limitato a istruzione, lavoro, opportunità e servizi. Le regioni, le macro aree e le nazioni più svantaggiate registrano un incremento dei fenomeni devianti, soprattutto tra i giovani.

Degrado urbano e carenza di servizi. E’ un fatto che i quartieri con infrastrutture insufficienti, spesso e volentieri le periferie, scarsa offerta culturale e educativa e spazi pubblici degradati diventano incubatori di devianza. Vandalismo, spaccio e violenze minori proliferano dove manca il tessuto sociale integrativo.

Scarsa inclusione educativa e sociale, ovvero abbandono scolastico, assenza di progettazione sociale e la mancanza di strumenti culturali aumentano il rischio di marginalità e comportamenti antisociali. In Italia circa l’11% dei giovani interrompe prematuramente gli studi, riducendo le proprie prospettive di inserimento lavorativo. Il tasso di criminalità giovanile in aree urbane degradate fa registrare un +35% rispetto alla media nazionale. Il tasso di disoccupazione giovanile è al 24,5% (ISTAT, 2025).

Diventa quindi necessario interrogarsi sulle soluzioni.

Quali soluzioni concrete al problema

Partiamo dal presupposto che affrontare concretamente il problema della devianza sociale significa agire sulle sue cause comprendendole ed eliminandole o mitigandole.

Per conseguenza, le soluzioni e quindi le strategie più efficaci devono per forza muoversi in un opera di investimenti in occupazione giovanile e formazione professionale, riqualificazione urbana e potenziamento dei servizi pubblici nei quartieri svantaggiati, programmi di inclusione sociale, attività culturali e sportive per prevenire la marginalizzazione nonché in un attività costante di monitoraggio dei dati per interventi mirati e valutazione dell’impatto delle politiche pubbliche.

Un Sistema che non si pone o non aiuta a porsi obiettivi sociali andrà incontro sempre a fallimenti economici

Molte volte, la devianza sociale non nasce, quindi, solo dall’individuo, ma è figlia di un sistema che non ci aiuta a porci obiettivi sociali realistici e raggiungibili nel momento in cui questo serve. Quando le persone non hanno orientamento e strumenti concreti per costruire un percorso identitario di crescita personale, educativa o lavorativa, si crea uno spazio in cui frustrazione e esclusione possono trasformarsi in comportamenti devianti.

La sociologia (a mio parere scienza interessante e sottovalutata. Non me ne vogliano gli economisti coi Ray Ban) parla di questo fenomeno come della “tensione tra obiettivi e mezzi”. Quando le società stabiliscono, con media e modelli, obiettivi ambiziosi (come benessere economico, riconoscimento sociale o mobilità o come diventare ricchi-benestanti o diventare famosi) senza fornire ai cittadini i mezzi legittimi e le spiegazioni o gli orientamenti per raggiungerli, alcuni individui cercano vie alternative, spesso deviate, per colmare il divario tra aspettative e possibilità reali.

In altre parole, la devianza sociale può essere vista come un segnale di fallimento del sistema e della sua pianificazione politica istituzionale e sociale, non della persona in sé, ma delle strutture economiche, educative e sociali che non offrono opportunità e percorsi chiari per partecipare pienamente alla società.

Questo spiega perché la devianza non è sempre proporzionale alla ricchezza o alla povertà assoluta: anche in contesti economicamente avanzati, se il sistema non garantisce inclusione, prospettive e strumenti per realizzarsi, le tensioni sociali possono manifestarsi attraverso comportamenti devianti, in forme più o meno visibili.

La devianza sociale non è, quindi, un fenomeno inevitabile. Ma è un indicatore nascosto delle fragilità economiche e sociali. Intervenire significa non solo ridurre crimine e marginalità, ma costruire un tessuto sociale più solido, resiliente e inclusivo.

Se le cause della devianza sono strutturali, anche le soluzioni non possono che esserlo. Ed è proprio su questo punto che emerge la responsabilità, e il limite, dell’azione politica.

Politica e devianza sociale

La devianza sociale è da sempre un nodo politico complesso. Come sappiamo, le istituzioni hanno in teoria il compito di prevenire, ridurre e risolvere questi fenomeni, attraverso politiche sociali, educative e di sviluppo economico come per esempio:

  • Politiche di welfare e sostegno economico, come reddito di cittadinanza, sostegno alle famiglie e incentivi all’occupazione.
  • Investimenti in istruzione e formazione professionale, per ridurre l’abbandono scolastico e creare opportunità reali per i giovani.
  • Riorganizzazione urbana e servizi sociali, con centri culturali, sportivi e spazi pubblici sicuri.
  • Politiche di sicurezza e prevenzione del crimine, che mirano a ridurre microcriminalità e devianza organizzata.

By contrast, per molti può sembrare paradossale ma la devianza sociale può diventare anche uno strumento di consenso politico. Alcuni fenomeni emergono nella retorica politica come minacce da combattere in modo visibile, mentre le cause strutturali (disoccupazione, povertà, esclusione sociale, etc.) ricevono meno attenzione. Questo porta a:

  • Politiche repressive a breve termine, che puniscono la devianza senza affrontarne le radici economiche e sociali.
  • Strumentalizzazione del tema per consenso elettorale, ad esempio enfatizzando la criminalità urbana per rafforzare l’immagine di “mano dura”, senza investire realmente in prevenzione o inclusione e in ciò che la provoca.

Dove ha più convenienza la politica?

  • Nel breve periodo, conviene spesso enfatizzare la repressione: è visibile, immediata e produce consenso elettorale.
  • Nel lungo periodo, affrontare le cause strutturali (disoccupazione giovanile, povertà, abbandono scolastico, degrado urbano) richiede investimenti e pianificazione: meno visibile, più costoso, e il risultato non è immediato.

La politica può, quindi, sia risolvere sia alimentare indirettamente la devianza sociale, a seconda degli incentivi, della visibilità del problema e della capacità di pianificazione. Dove il consenso conta di più nel breve termine, spesso prevale la soluzione “palliativa” e repressiva. Dove c’è lungimiranza e attenzione allo sviluppo sostenibile, prevale la prevenzione e l’inclusione sociale.

In altre parole, un aspetto inquietante della politica contemporanea è che alcuni problemi sociali diventano strumenti per ottenere consenso, senza che vi sia reale intenzione e capacità di risolverli.

Cosa vuol dire tutto questo?

Vuol dire che molti problemi sociali affrontati elettoralmente, in mancanza di soluzioni per risolvere problemi economici (difficili da spendersi comunicativamente vista la complessità), possono produrre consenso facile per arrivare al potere. Salvo poi non essere puntualmente risolti una volta insediati per convenienza politica. Il riferimento è soprattutto ai temi della sicurezza legati a migrazioni che da anni monopolizzano campagne elettorali e talk mediatici.

Questo pone anche un problema di etica delle campagne elettorali e di affidabilità della classe politica. E da qui nascono problemi come l’astensionismo che è a sua volta un atto consapevole di devianza sociale.

Nelle ultime ore sono stati pubblicati i Dati del Viminale sui fenomeni di micro crimini e reati e sono tutti in aumento: Rapine salgono all’11.4%, Furti salgono al 9.2%, Droga e Spaccio salgono al +8.4%, Lesioni al +7.2% e il numero di Reati Totali sale al +5.5%.

In tal senso, diventa lecito chiedersi: Come mai con un governo di destra che ha come filosofia l’ordine e regole questi dati continuano a salire e non a decrescere?… Dovrebbero scendere e invece no. Non è così.

Bè questo suggerisce una cosa e prova quello che abbiamo detto fino a questo punto: che l’aumento delle misure di sicurezza da solo non basta. Se, infatti, l’economia non funziona e non ci sono opportunità concrete per le persone, i comportamenti devianti continuano a manifestarsi e, peggio ancora, ad aumentare.

Se ne deduce che l’economia italiana non è, quindi, palesemente in buone condizioni a prescindere dalle narrative mediatiche politiche governative.

Risolvere i problemi economici non è, quindi, solo una questione di crescita o bilanci pubblici: è la chiave per affrontare e risolvere i problemi sociali in maniera più diretta. Implementare politiche economiche efficaci che favoriscano occupazione di qualità e stabile, riducano le disuguaglianze e incentivino l’istruzione e la formazione genera esternalità positive su più livelli: aumenta la coesione sociale, riduce la devianza, migliora la qualità della vita urbana e rafforza la fiducia nelle istituzioni. In altre parole, intervenire sull’economia in modo strategico e inclusivo produce effetti diretti e indiretti che contribuiscono alla risoluzione dei problemi sociali, creando un circolo virtuoso di sviluppo e sicurezza per la comunità.

Senza politiche economiche efficaci e inclusive non possono esserci risultati duraturi neppure sul piano della sicurezza: economia e coesione sociale restano, inevitabilmente, due facce della stessa medaglia.

In definitiva, la vera alternativa alla strumentalizzazione politica della devianza sociale non è la negazione del problema, ma la sua ricollocazione al centro delle politiche economiche. La sicurezza non si decreta: si costruisce attraverso lavoro, istruzione, inclusione e sviluppo territoriale. Dove queste condizioni mancano, la repressione diventa solo una risposta apparente, utile al consenso ma inefficace per la società.

Contrastare in modo efficace la devianza sociale richiede un cambio di paradigma: dalla gestione emergenziale del problema a una strategia economico-sociale integrata, capace di prevenire l’insorgere delle condizioni che alimentano insicurezza e marginalità.

In concreto, questo significa agire simultaneamente su quattro assi strategici:

Come già accennato sopra, in primo luogo su politiche economiche orientate al lavoro stabile e di qualità. La riduzione della devianza passa innanzitutto da un mercato del lavoro che offra prospettive reali, soprattutto ai giovani. Investimenti pubblici e privati devono essere indirizzati verso occupazione stabile, politiche industriali territoriali, innovazione e filiere produttive locali. La precarietà cronica non è solo un problema economico, ma un moltiplicatore di insicurezza sociale.

Istruzione, formazione e orientamento come infrastruttura sociale. Scuola e formazione non possono essere considerate una spesa, ma un’infrastruttura strategica. Ridurre l’abbandono scolastico, rafforzare l’istruzione tecnica e professionale, creare sistemi di orientamento efficaci significa ridurre il bacino potenziale della devianza prima che questa emerga.

Riorganizzazione urbana e servizi di prossimità. Le periferie e i territori fragili non hanno bisogno solo di più controlli, ma di più Stato e più comunità: servizi sociali, spazi culturali, sportivi e aggregativi, trasporti efficienti, presìdi educativi. La sicurezza nasce dalla presenza, non dall’assenza. Non serve però la classica università piazzata lì come cattedrale del deserto. Non ha mai funzionato quella roba lì nelle grandi città. Mi riferisco a scuole primarie, secondarie, teatri e università nelle città provinciali con una chiara identità territoriale e non sussidiarie di Università di grandi città.

E in ottica sicurezza ed emigrazione, governance dei fenomeni migratori e inclusione socio-economica. La gestione delle migrazioni non può essere ridotta a una questione di ordine pubblico. Senza percorsi di inclusione lavorativa, abitativa e culturale, si producono sacche di marginalità che alimentano devianza e conflitto. L’integrazione è una politica di sicurezza di lungo periodo.

Solo politiche economiche e politiche di coesione sociale integrate ed efficaci possono ridurre la devianza e rafforzare la società.

Davide Scialpi, Direttore Osservatorio Economia

L’Osservatorio Economia è un osservatorio indipendente che produce analisi e ricerche su temi economici, politici e sociali