Lo stato della Sanità Italiana: Problemi attuali, Rischi e Scenari Futuri. Intervista a Nino Cartabellotta

L'Osservatorio Economia intervista Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE, sullo stato della Sanità Italiana. Intervista realizzata da Davide Scialpi
31
Lug

Sanità, Cartabellotta: “Il collasso del Sistema Sanitario Nazionale ci sta portando verso un disastro sanitario, economico e sociale”

Cari amici, Benvenuti e bentornati sul canale ufficiale dell’Osservatorio Economia.

Come molti di voi sanno, la sanità pubblica italiana si trova di fronte ad un bivio decisivo. Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), un tempo simbolo di equità e protezione sociale, è ora gravemente compromesso.

Dai tagli alle risorse alla minaccia dell’autonomia differenziata, dalla carenza di personale alla crescente privatizzazione, il quadro che emerge è allarmante.

Per comprendere appieno la portata di questa crisi, abbiamo quindi deciso di intervistare uno dei massimi esperti nel campo per quanto concerne il sistema sanitario italiano: Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE.

In questa intervista esclusiva, Nino Cartabellotta ci offre una lucida analisi delle forze e, quindi, dei problemi che stanno erodendo il nostro sistema sanitario.

Come avverte Cartabellotta: “La sanità pubblica rischia di diventare un privilegio per pochi, anziché un diritto universale“.

Questa intervista non solo fa luce sui problemi, ma esplora anche le possibili soluzioni per evitare un tracollo imminente. In un momento in cui le disuguaglianze regionali si accentuano e il futuro del SSN è in bilico, capire cosa sta succedendo è essenziale per garantire che ogni cittadino italiano continui ad avere accesso a cure di qualità.


INTERVISTA Q&A con NINO CARTABELLOTTA sullo stato della SANITA’ ITALIANA: PROBLEMI ATTUALI, SFIDE e SCENARI FUTURI.


Davide Scialpi: Presidente Cartabellotta, nei report della Fondazione GIMBE e nei suoi interventi pubblici, lancia costantemente un grido d’allarme sul fatto che il nostro Servizio Sanitario Nazionale o Sanità Pubblica sia inesorabilmente a rischio estinzione con conseguenti implicazioni economiche e sociali per il paese. Ci può elaborare come arriva a queste conclusioni? Quali le cause e quali le eventuali responsabilità di ciò?

Nino Cartabellotta: Tutti i Governi degli ultimi 15 anni, indipendentemente dall’orientamento politico, hanno utilizzato la spesa sanitaria come una sorta di bancomat, dirottando le risorse verso altre priorità mirate a soddisfare gli interessi del proprio elettorato. Nel 2013 la Fondazione GIMBE ha lanciato la campagna “Salviamo il Nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN)” per sensibilizzare decisori politici, manager, professionisti sanitari e cittadini sulla necessità di rimettere la sanità pubblica al centro del dibattito pubblico e dell’agenda politica. Avevamo infatti già previsto che la perdita del SSN non sarebbe stata annunciata dal fragore di una valanga, ma si sarebbe concretizzata come il silenzioso scivolamento di un ghiacciaio, attraverso anni, lustri, decenni. Che lentamente, ma inesorabilmente, avrebbe eroso il diritto costituzionale alla tutela della salute. E dopo 11 anni dati e cronaca dimostrano che il collasso del SSN ci sta portando dritti verso un disastro sanitario, economico e sociale, già ben evidente in diverse aree interne del Sud. Spianando definitivamente la strada a una sanità regolata dal libero mercato, dove l’accesso a tecnologie diagnostiche e terapie innovative sarà limitato a chi potrà pagare di tasca propria o avrà stipulato costose assicurazioni sanitarie, che tuttavia non potranno mai garantire una copertura globale come quella offerta dalla sanità pubblica.”

Davide Scialpi: In che modo la sanità privata potrebbe rispondere alla domanda crescente di servizi sanitari? È all’altezza della sfida? E quali potrebbero essere i rischi di una maggiore dipendenza da strutture private? Qual è il rischio di delegare troppo la sanità ai privati?

Nino Cartabellotta: Bisogna avviare un ampio ripensamento del rapporto tra il settore pubblico e quello privato nella sanità. Il privato accreditato rappresenta una grande risorsa per il SSN, ma deve mantenere la funzione di integrazione al pubblico. Ovvero deve erogare le prestazioni che servono, dove servono e quando servono. Purtroppo l’utilizzo improprio dello strumento dell’accreditamento in alcune Regioni ha portato all’espansione incontrollata del privato accreditato. In un contesto di indebolimento della sanità pubblica si è già registrato un aumento dell’offerta privata per soddisfare i bisogni di salute: nel 2022 il numero di strutture sanitarie private accreditate sono quasi la metà di quelle che erogano l’assistenza ospedaliera (48,7%) e il 59,1% di quelle per la specialistica ambulatoriale. E sono prevalentemente private le strutture per l’assistenza residenziale (85%) e semiresidenziale (72,3%) e quelle riabilitative (78,6%). E il problema diventa una minaccia quando le strutture private vengono acquisite dalle assicurazioni, creando un sistema parallelo interamente privato, sia nel finanziamento che nell’erogazione delle prestazioni sanitarie. Un sistema in grado di sostituirsi interamente al pubblico, che segue le regole del libero mercato, e non la tutela di un diritto costituzionale. Inoltre le cosiddette partnership pubblico-privato (PPP) hanno una specifica dimensione giuridica ed un preciso campo di azione, entrambi mai regolamentati nel nostro Paese. Di conseguenza, spesso il termine indica qualsiasi ingresso di capitali privati nel SSN da parte di aziende private che non sono certo enti di beneficienza: per questo occorre una legge quadro sulle PPP che definisca le regole del gioco. Più in generale, ritengo che qualsiasi forma di integrazione pubblico-privato può contribuire al rilancio del SSN a tre condizioni. Innanzitutto, il SSN deve essere potenziato con risorse pubbliche; in secondo luogo le regole devono essere definite dalla parte pubblica e non dettate dall’indebolimento strutturale e dai bisogni dei cittadini; infine, l’offerta privata deve essere sempre complementare a quella pubblica, evitando approcci di offerta selettivi in relazione alla “convenienza” economica. Se manca una sola delle tre condizioni, non si configura affatto un rilancio del SSN, ma una sua privatizzazione bella e buona.

Davide Scialpi: Da cosa dipende la mobilità sanitaria dal Sud al Nord? Dove fallisce il sud nel gestire la sanità? E perché? Quali sono le sue proposte per garantire che i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) siano erogati in modo uniforme in tutto il paese, riducendo il fenomeno della migrazione sanitaria?

Nino Cartabellotta: La mobilità sanitaria dal Sud al Nord dipende principalmente dalla ricerca di cure migliori e più tempestive. Le regioni del Sud spesso soffrono di carenze strutturali, organizzative e finanziarie che impediscono loro di offrire servizi sanitari di qualità paragonabile a quelli del Nord. Le cause sono molteplici: dalla carenza di personale qualificato alle inefficienze nella gestione delle risorse. Nel 2022 solo 13 Regioni rispettano gli standard essenziali di cura, con un ulteriore aumento del divario Nord-Sud: la Puglia e la Basilicata uniche promosse al Sud, ma in posizioni di coda. In 10 Regioni le performance peggiorano rispetto al 2021. Gli indicatori più critici dell’area prevenzione riguardano gli screening oncologici, in particolare nelle Regioni del Sud, e le coperture vaccinali in età pediatrica su cui potrebbe aver inciso il passaggio alla fonte informativa dell’Anagrafe Vaccinale Nazionale. Per garantire l’uniformità dei LEA, è fondamentale investire in infrastrutture, potenziare la formazione e l’assunzione di personale, e migliorare la governance sanitaria regionale, promuovendo un’efficace redistribuzione delle risorse a livello nazionale.

Davide Scialpi: Rimanendo sul tema Nord – Sud. Il Governo Meloni ha avviato il processo di implementazione dell’Autonomia Differenziata attraverso il DDL Calderoli. Qual è la sua visione della legge sull’autonomia differenziata?  Quali sono le implicazioni dell’autonomia differenziata per l’equità e la qualità dell’assistenza sanitaria a livello nazionale? In che modo l’autonomia differenziata potrebbe accentuare le disuguaglianze regionali nell’accesso ai servizi sanitari?

Nino Cartabellotta: L’autonomia differenziata, se non ben bilanciata, rischia di accentuare le disuguaglianze regionali. La legge Calderoli potrebbe rafforzare ulteriormente le regioni già forti, mentre le regioni più deboli, soprattutto al Sud, potrebbero soffrire maggiormente. Un esempio? La maggiore autonomia in termini di contrattazione del personale provocherà una fuga dei professionisti sanitari verso le Regioni in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose, impoverendo ulteriormente il capitale umano del Mezzogiorno; l’autonomia nella definizione del numero di borse di studio per scuole di specializzazione e medici di medicina generale determinerà una dotazione asimmetrica di specialisti e medici di famiglia. Inoltre le maggiori autonomie sul sistema tariffario rischiano di aumentare le diseguaglianze nell’offerta dei servizi e favorire l’avanzata del privato. Le Regioni del Centro-Sud saranno sempre più dipendenti dalle ricche Regioni del Nord con un effetto paradosso: il massimo incremento della mobilità verso le regioni settentrionali rischia di peggiorare l’assistenza sanitaria per i residenti del Nord del Paese. In tal senso una “spia rossa” si è già accesa in Lombardia che nel 2021 si trova sì al primo posto per mobilità attiva (€ 732,5 milioni), ma anche al secondo posto per mobilità passiva (-€ 461,4 milioni): in altre parole un numero molto elevato di cittadini lombardi va a curarsi fuori Regione. 

Davide Scialpi: Una delle questioni annose, accentuata dalla pandemia del covid19, è la mancanza di personale medico e infermieristico. E’ solo una questione di unità numeriche? Quali sono le cause principali della carenza di medici e infermieri in Italia e come possono essere affrontate in modo efficace? Quali sono le implicazioni della carenza di personale infermieristico per la qualità dell’assistenza e quali soluzioni potrebbero essere implementate? Come si può incentivare il personale sanitario a rimanere e lavorare nel SSN?

Nino Cartabellotta: La carenza di personale medico e infermieristico non è solo una questione di numeri, ma anche di condizioni di lavoro e riconoscimento professionale. Le principali cause includono politiche di formazione inadeguate, condizioni lavorative difficili e retribuzioni non competitive. Riguardo agli infermieri, nel 2021 sono 298.597 gli infermieri che lavorano nelle strutture sanitarie: 264.768 dipendenti del SSN e 33.829 dipendenti delle strutture equiparate al SSN. La media nazionale è di 5,06 per 1.000 abitanti, con un range che varia dai 3,59 della Campania ai 6,72 del Friuli Venezia Giulia con un gap dell’87,2%. L’Italia si colloca ben al di sotto della media OCSE (6,2 vs 9,9 per 1.000 abitanti). Per affrontare efficacemente il problema, occorre migliorare le condizioni di lavoro e offrire percorsi di carriera chiari e gratificanti. Inoltre, ad oggi mancano almeno 3.100 di Medici di Medicina Generale (MMG) e quasi 830 Pediatri di Libera Scelta (PLS). La progressiva carenza di MMG e PLS consegue sia ad errori nella pianificazione del ricambio generazionale, in particolare la mancata sincronia nel bilanciare pensionamenti attesi e finanziamento delle borse di studio per la scuola di specializzazione. In tal senso servono un’adeguata programmazione, modelli organizzativi che puntino sul lavoro di team, grazie anche alle Case di comunità e alla telemedicina, oltre che accordi sindacali in linea con i reali bisogni della popolazione. Eliminare il numero chiuso ai corsi di laurea, invece, non risolverebbe efficacemente le difficoltà di reperimento dei medici. Infatti, senza un parallelo incremento delle borse di studio per la specializzazione e per la medicina generale, si andrebbe a espandere il cosiddetto “imbuto formativo” che alimenta da un lato il lavoro a basso costo, dall’altro la fuga dei laureati verso l’estero.

Davide Scialpi: Qual è e quale sarà, in futuro, limpegno concreto della Fondazione GIMBE, di cui lei è Presidente, per far fronte a questa drammatica situazione del Sistema Sanitario sia pubblico che privato? Qual è il vostro approccio e quali le vostre principali iniziative?


Nino Cartabellotta:
Crediamo fermamente che sia ancora possibile non solo salvare, ma anche rilanciare il SSN: ma servono una visione politica, investimenti consistenti e coraggiose riforme. Noi come Fondazione GIMBE abbiamo deciso di fare un passo avanti: a undici anni dall’avvio della campagna #SalviamoSSN, abbiamo lanciato una rete civica nazionale. L’obiettivo è coinvolgere sempre più persone nella tutela e nel rilancio del SSN e promuovere un utilizzo informato di servizi e prestazioni sanitarie, al fine di arginare fenomeni consumistici e costringere la politica a mantenere la sanità pubblica al centro dell’agenda. Inoltre, l’alfabetizzazione sanitaria, il contrasto alle fake news in sanità e la consapevolezza del valore inestimabile del SSN sono temi su cui coinvolgere tutti i cittadini a partire dall’età scolastica. Come Fondazione GIMBE abbiamo lanciato il progetto “La Salute tiene banco”, dedicato agli studenti delle Scuole Superiori, per sensibilizzarli sul diritto costituzionale alla tutela della salute.  Insieme ai nostri medici esperti di ricerca e sanità pubblica abbiamo già realizzato diversi incontri cui hanno già partecipato oltre 1.000 studenti delle scuole superiori. Per l’anno scolastico 2024/2025, grazie ad una campagna di crowdfunding che ha avuto grande successo potremo garantire ulteriori nuovi incontri. Ma le richieste dagli Istituti sono tantissime e per questo il supporto di imprese e aziende resta fondamentale: per contribuire attivamente www.lasalutetienebanco.it.  


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