Economia Industriale Italiana ai titoli di coda. L'Italia è ora solo Economia dei Servizi

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Feb

[Analisi] Produzione Industriale in calo per il 22° mese consecutivo: Addio Economia Industriale, l’Italia è ora solo Economia dei Servizi.

Cari amici dell’Osservatorio Economia, bentornati a queste latitudini digitali dal vostro Davide Scialpi.

Con questa analisi siamo qui ancora una volta a segnalare, come se non l’avessimo già fatto abbastanza, la caduta pesante del mondo della produzione industriale Italiana, in calo da quasi due anni consecutivi.

Secondo l’Istat, su base annua, cioè rispetto a novembre 2023, la produzione è scesa dell’1,5%. I settori che perfmormano peggio sono: fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-15,5%), mezzi di trasporto (-13,8%), macchinari e attrezzature (-6,2%). Quelli in aumento, invece: fornitura di energia elettrica e gas (+7,6%); farmaceutica (+5,1%); industrie alimentari, bevande e tabacco (+4,5%).

Tutto questo ci porta a fare delle osservazioni più generali: la continua contrazione della produzione industriale in Italia, ormai giunta al 22° mese consecutivo di calo, segnala un cambiamento strutturale nel tessuto economico del Paese. Il passaggio da un’economia industriale a una sempre più orientata ai servizi non è solo una questione di evoluzione economica, ma anche il risultato di fattori interni ed esterni che stanno influenzando negativamente la competitività del settore manifatturiero italiano.

Ma quali sono le Cause di questo declino senza fine?

Cause del declino della produzione industriale

  • Alti costi energetici. L’aumento dei costi dell’energia, accelerato dalla crisi geopolitica e dalle sanzioni contro la Russia, ha colpito duramente le imprese italiane, specialmente quelle a forte consumo energetico come la siderurgia e la chimica.
  • Crisi della domanda interna ed esterna. Il rallentamento della crescita economica in Europa e nel mondo ha ridotto la domanda per i prodotti italiani, mentre l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie, limitando i consumi interni.
  • Difficoltà di accesso al credito. L’aumento dei tassi di interesse imposto dalla BCE ha reso più costoso il finanziamento per le imprese, rallentando gli investimenti in innovazione e ampliamento della capacità produttiva.
  • Industria 4-0-Transizione 5.0 o Transizione ecologica, misure tossiche e regolamentazioni stringenti: Le misure tossiche Industria 4.0 e le politiche ambientali dell’UE impongono forzature e nuovi standard produttivi che richiedono ingenti investimenti, penalizzando le imprese meno attrezzate per affrontare la transizione verde.
  • Delocalizzazione e concorrenza internazionale: Molte aziende italiane, schiacciate dai costi elevati e dalla burocrazia, hanno scelto di delocalizzare la produzione in paesi con manodopera più economica e normative fiscali più favorevoli in cerca di economie di scopo.
  • Assenza di Politiche Industriali competitive: Il Governo non è riuscito a concepire un piano industriale competitivo per il paese.

Scenari futuri negativi per l’economia italiana

Come già segnalato, il continuo declino della produzione industriale potrebbe avere conseguenze gravi per l’intera economia italiana:

  • Disoccupazione in aumento: Il settore manifatturiero impiega milioni di lavoratori e un suo ridimensionamento porterà a licenziamenti e chiusure di aziende.
  • Perdita di competitività: Senza una solida base industriale, l’Italia rischia di perdere quote di mercato globale, diventando sempre più dipendente da importazioni.
  • Stagnazione economica: Con una crescita trainata principalmente dai servizi, l’economia italiana potrebbe rallentare, dato che il settore industriale è storicamente uno dei motori principali dello sviluppo.

Implicazioni politiche per il governo Meloni

Per il governo Meloni, questa situazione rappresenta una sfida cruciale. Alcuni dei rischi politici più rilevanti che potrebbe correre il governo Meloni:

  • Difficoltà nel mantenere le promesse elettorali: Il governo si era impegnato a rilanciare l’economia, il settore manifatturiero e a tutelare il lavoro. Un continuo declino della produzione potrebbe minare la fiducia degli elettori.
  • Maggiori tensioni sociali: L’aumento della disoccupazione e la chiusura di aziende potrebbero portare a proteste e richieste di interventi più incisivi da parte dello Stato.
  • Pressioni dall’UE e dai mercati finanziari: Un’economia meno competitiva e una crescita debole potrebbero aumentare il debito pubblico, portando a nuove pressioni da parte di Bruxelles e degli investitori internazionali.

L’Italia si trova di fronte a un bivio: senza misure urgenti per rilanciare l’industria, il passaggio verso un’economia dominata dai servizi potrebbe avvenire in modo disordinato, con conseguenze negative su occupazione, crescita e stabilità sociale. Il governo Meloni dovrà affrontare questa sfida con strategie concrete, che vadano oltre la semplice retorica e mirino a rendere il settore industriale più competitivo e resiliente.

Pagelle negative per il Ministro dell’Economia e per quello dello Sviluppo Economico

Alla luce di questi dati allarmanti, l’operato del Ministro dell’Economia e dello Sviluppo Economico meritano una valutazione severa:

  • Gestione della crisi industriale: 4/10 → Nessuna misura concreta per arrestare il declino della produzione. Assenza di un piano di politica industriale.
  • Politiche economiche e fiscali: 5/10 → Interventi frammentati e poco incisivi, con una strategia di crescita industriale praticamente assente.
  • Sostegno alle imprese: 4/10 → Mancanza di azioni mirate per ridurre il peso fiscale e burocratico sulle aziende manifatturiere. Misure tossiche come l’Industria 4.0-Transizione 5.0 che non aiutano le imprese ma le forzano all’automazione e a produrre prodotti che i mercati non vogliono.
  • Visione strategica: 4/10 → Assenza di una politica industriale chiara per il rilancio del settore, con un focus eccessivo sui servizi a scapito della manifattura.

La gestione attuale appare inefficace nel rispondere alla crisi della produzione industriale, lasciando l’Italia vulnerabile a un declino strutturale della sua base produttiva. Serve un cambio di passo urgente per evitare conseguenze economiche e sociali ancora più gravi.

A pagare le spese è principalmente il Nord Italia, dove la produzione industriale è più concentrata. Si pagherà il costo della deindustrializzazione con un calo dell’occupazione e dei salari e con una servitizzazione dell’Economia che renderà tutto più fragile.

Evoluzione dell’economia: dalla manifattura ai servizi

Il passaggio da un’economia basata sull’industria a una fondata sui servizi è un trend osservato in molte economie avanzate. Segnaliamo quindi la fine del Manufacturing e di tutta la sua narrativa con mondi universitari, srl e associazioni che conteranno sempre meno.

Tuttavia, questo spostamento o cambiamento porta con sé implicazioni significative:

  • Maggior dipendenza dalla digitalizzazione: I servizi si basano sempre più su infrastrutture tecnologiche avanzate, richiedendo investimenti in connettività e formazione digitale.
  • Rischio di polarizzazione del mercato del lavoro: Mentre il settore dei servizi può offrire lavori altamente qualificati e ben remunerati, potrebbe anche portare a una crescita dell’occupazione precaria e poco tutelata.
  • Riduzione della sovranità economica: Un Paese con una base produttiva debole dipende maggiormente dalle importazioni, aumentando la vulnerabilità a crisi globali e fluttuazioni dei mercati.
  • Possibili nuove opportunità economiche: Se gestita correttamente, l’espansione dei servizi potrebbe portare alla crescita di settori innovativi come la tecnologia, la finanza digitale e l’intelligenza artificiale, creando nuovi posti di lavoro.
  • Aumento della competizione globale: I servizi, a differenza della manifattura, sono meno legati alla territorialità. La concorrenza proviene da ogni parte del mondo, rendendo difficile per l’Italia mantenere un vantaggio competitivo in un mercato globalizzato. Aziende di paesi con costi operativi inferiori possono offrire gli stessi servizi a prezzi più competitivi, mettendo sotto pressione le imprese italiane e aumentando il rischio di esternalizzazione delle attività.

Il governo e le imprese devono quindi affrontare con una strategia chiara questa transizione, evitando di trasformare la deindustrializzazione in una crisi strutturale irreversibile perché l’economia dei servizi è molto più fragile e vulnerabile di quella industriale. Registriamo fino a questo momento un flop a riguardo.

Per il bene della nostra economia, si invita ad evitare di perdere tempo e affossare l’economia con misure tossiche e nocive come Industria 4.0. (suggerite da gruppi di interesse accademici lontani dalla realtà e mossi da interessi personali di profitto) e, viste le evoluzioni, a mettersi a lavorare per evitare il collasso totale del mondo imprenditoriale.

Davide Scialpi, Direttore Osservatorio Economia,