[Analisi] Il Crollo senza fine della Produzione Industriale Italiana: Calo per il 18° mese consecutivo.

Cari amici, un saluto dal vostro Davide Scialpi ben tornati nel Canale Ufficiale dell’Osservatorio Economia.
Mentre molti si interrogano sugli sviluppi e le conseguenze della Crisi Economica Tedesca, la nostra Produzione Industriale fa registrare un ennesimo record negativo. Il 18°esimo consecutivo.
A Luglio, infatti, la Produzione Industriale in Italia ha registrato un calo per il diciottesimo mese consecutivo, segnando una riduzione del 3,3% su base annua e dello 0,9% rispetto a Giugno 2024. A ben vedere, questo trend negativo ha impatti significativi sull’economia italiana, con l’industria che contribuisce a circa un quinto del PIL nazionale ( tra gli indicatori principali dello status of art della nostra economia ).
I settori maggiormente colpiti sono il tessile e l’automotive e quindi il Lusso. Il comparto tessile ha subito un calo del 18,3% su base annua, mentre il settore automobilistico ha visto una riduzione dell’11,9%, a causa di una diminuzione della domanda e delle difficoltà legate alla transizione verso veicoli elettrici. Anche il settore della meccanica, fondamentale per l’industria manifatturiera italiana, ha subito una flessione del 4,3%. Altri settori, come la farmaceutica (-1,9%), l’attività estrattiva (-5,9%) e il legno (-5,1%), hanno mostrato segnali di debolezza.
Le cause principali del calo includono l‘aumento dei costi energetici e delle materie prime, nonostante un leggero rallentamento dell’inflazione, e la riduzione della domanda sia interna che estera. Il contesto internazionale, caratterizzato da tensioni geopolitiche come la guerra in Ucraina, la situazione in Medio Oriente e le difficoltà economiche in Germania e Francia, contribuisce sensibilmente a frenare la ripresa aumentando la pressione sulle industrie italiane.
In particolare, il prezzo del gas naturale è cresciuto significativamente nel 2024, costringendo molte imprese a rivedere i loro margini operativi. Mentre i beni strumentali e i beni di consumo hanno subito riduzioni notevoli, rispettivamente del -4,2% e -5,2%, riflettendo un indebolimento della domanda sia interna che esterna.
Tuttavia, settori come la chimica (+3,9%), l’alimentare (food, bevande e tabacco) (+2,5%) e l’elettronica (+1,2%) mostrano una leggera crescita, insieme alla fornitura di energia elettrica e gas (+1,9%).
Da Maggio 2022 la produzione industriale è crollata del 6,7%. La situazione è allarmante. Anche se le cose non vanno bene neanche in Francia e Germania. Paghiamo, certamente, lo paga tutto il mondo, le evoluzioni del Post-Covid e le implicazioni geopolitiche della Crisi Energetica.
Per molti analisti, le ragioni di questo costante calo risiedono però nel fatto che la mancanza o assenza di politiche industriali efficaci negli ultimi 15 anni ha reso il settore vulnerabile a queste dinamiche. Nonostante alcuni settori come l’energia e l’industria alimentare abbiano registrato un incremento, la crisi è diffusa e riguarda gran parte delle attività produttive.
E’ ormai comune sentire che andiamo in contro ad una Decrescita e Deindustrializzazione felice. E a soffrire di più di questo sono quelle aree territoriali da Nord a Sud del paese dove l’Industria è presente e protagonista da anni.
Personalmente, quello che penso è che vada messo agli atti che da moltissimi anni in Italia non siamo più in un economia di industrie ma di servizi, e quindi dell’intangibile. Per conseguenza, a mio modo di vedere, questi numeri e dati sono estremamente normali al netto delle implicazioni della pandemia e delle guerre. E ve lo dico: non mi sorprenderei se peggiorassero.
Teniamo conto che chi fa produzione industriale tende a farlo al meglio in paesi sotto sviluppati o in via di sviluppo per via di cosiddette economie di scopo che ne derivano, quali basso costo della manodopera, vantaggi fiscali e basse regolamentazioni da più punti di vista. Di conseguenza, l’Italia pur essendo un paese con una voglia di crescere fa fatica ad essere un punto di riferimento di chi fa industria perché molto banalmente non offre quelle condizioni vantaggiose di cui sopra (noi non siamo il Vietnam!). I dumping fiscali, poi, in Europa non ci aiutano. Al primo colpo di vento voliamo via.
Anticipiamo, poi, che le cose potrebbero peggiorare anche sul piano dell’Economia dei Servizi per una serie di ragioni: il mondo dell’erogazione dei servizi evolve alla velocità della luce ed è soggetto ad una forte competizione sia locale che globale. Di conseguenza, se non c’è innovazione rispetto a ciò che sta alla base di un erogazione di un servizio si farà notevole fatica anche su questo fronte.
A mio modo di vedere, questo passaggio da Economia Industriale ad Economia di Servizi, poi, non è stato approcciato e gestito correttamente.
Domanda lecita: Da cosa è dipeso questo?..
Dal fatto che il Paese non è pro-progresso e innovazione. Essendo un paese molto conservatore (e questo lo dico anche a beneficio di quegli imprenditori che amano supportare mondi di destra che sono contro il progresso in nome di un pragmatismo che non c’è all’atto pratico), tutto quello che è novità viene ignorato soprattutto a livello tecnologico e di innovazione. Questo nel lungo si paga perché poi ti ritrovi un competitor di un altro paese che offre il prodotto che offrivi tu molto banalmente senza far leva sulla produzione tradizionale ma attraverso l’uso di tecnologie che raggiungono il consumatore finale più velocemente e ad un costo infinitamente minore rispetto al tuo e tu non sai neanche perché questo sia potuto accadere.
Molto banalmente, se coltivi una corretta cultura del progresso e dell’innovazione, sei pronto più velocemente di altri a riconoscere e a rispondere ad evoluzioni e cambiamenti e quindi ad essere resiliente e leader in quello che fai. In Italia, purtroppo, c’è la cultura del proteggere l’orticello, niente deve cambiare.
Ritornando, poi, alla crisi della produzione industriale, c’è poi un altra ragione per la quale il mondo industriale italiano non gira o non è quasi mai competitivo nonostante si dice noi si sia il 2° paese manifatturiero d’Europa: il nostro sistema di ricerca universitario e formazione professionale rappresentato dai Politecnici o dalle Facoltà Ingegneristiche – Scientifiche non è particolarmente competitivo e ben strutturato.
Questi Politecnici non seguono quello che fanno le imprese ma propongono cose loro non al passo coi tempi. Sono fermi al passato sia lato offerta di formazione che con il metodo. Tante parole e discorsi. Poca esperienza pratica. Forza lavoro anziana a tutti i livelli non formata correttamente. Arrivano in ritardo su qualsiasi tema e trend. Quando ormai quel trend è passato in secondo piano risultando costantemente fuori luogo.
In più, sono apparati pubblici di conseguenza quello che c’è dentro è nulla di diverso da quello che si può trovare in un normale comune d’Italia a livello di erogazione e prestazione del servizio e di personale. Robe da far venire coniati di vomito in meno di un nano secondo. E addirittura in alcuni casi sono pro mondi di conservatori. Il che è paradossale.
Nella pratica, rifiutano di introdurre tecnologie e innovazioni per loro, figuriamoci se si propongono su quello. Quando condividono la ricerca non lo fanno per l’Università, in quelli che sono nei corsi degli studenti triennali o specialistiche ma per le società ( srl ) di consulenza che possiedono ( o eventualmente nei master). In tal caso, ci riferiamo a quei Professori Ordinari di questi politecnici che magari usano la ricerca degli studenti per fare formazione esternamente o dare valutazioni pur non essendo competenti. Sono tanti, poi, i casi di Professori Ordinari di Politecnici trovati a fare consulenze illegittime. Alcuni con la laurea in Ingegneria Elettrica o Meccanica si spacciano per Economisti ( I travestimenti, a ben vedere, sono segno di debolezza. Non credono neanche nella propria professione. E cercano di vendersi come altro).
Non solo, quindi, sono dipendenti pubblici ma fanno anche gli imprenditori tenendo un piede nello stato e uno nel privato. E questo oltre ad essere è un problema per i mercati e le imprese che vengono danneggiati da questa concorrenza sleale ma anche dal fatto che la forza lavoro che proviene da questi Politecnici non è adeguatamente formata per supportare il mondo industriale sia a livello operativo che di leadership.
Questo squilibrio potrebbe contribuire a una carenza di leadership efficace nelle aziende, specialmente in settori come l’automotive, la manifattura avanzata e la digitalizzazione.
Se guardiamo alle reali competenze e il modo di agire di questi sistemi, lì ci mettiamo le mani nei capelli. Esempio preso dalla realtà ( Case History ): Domanda: secondo voi, se un Rettore di un Politecnico è presente in altri 6 consigli di amministrazione, starà concentrandosi realmente sul fare bene per le propria Università? Risposta: Ve lo dico io: no, perché molto banalmente all’aumentare delle cariche, cala l’impegno e l’efficacia su quello per cui s’è chiamati a dirigere. In più, crescono i conflitti di interessi e i danni ai mercati e alle imprese e al mondo del lavoro. Questo approccio, dell’essere presente in tanti consigli di amministrazione, viene scongiurato da qualsiasi Professore e Libro di Diritto Commerciale. A pagarne le spese è proprio l’ente che rappresenta principalmente. E i dati dicono proprio quello. (CROLLO DEGLI ISCRITTI!)
Se, poi, negli uffici amministrativi vengono inserite persone senza laurea che passano il tempo a fare gossip, passano il tempo al bar e si comportano in maniera tossica, amici degli amici privi di competenze e formazione in linea con le sfide e i contesti di riferimento (magari perché vanno a ballare insieme al Plastik o lavoravano insieme nella stessa azienda o aderiscono ad ideologie di partito contrarie alla meritocrazia), dove volete che vadano questi sistemi. E’ il sistema delle decisioni che ne risente.
Il corto circuito, infine, si ha quando questi apparati si associano ad una politica conservatrice.
Il problema, quindi, non è quindi il mondo degli Istituti Tecnici Professionali che mancano lato scuole secondarie ( il Liceo del Made-In-Italy ha floppato clamorosamente per assenza di iscritti ) e quindi da potenziare. Ma proprio queste Università Politecniche che hanno un approccio conservatore e pro-proprio interesse personale imprenditoriale. Sono tutte in crisi di iscritti per via di quella che è l’esperienza offerta da tanti punti di vista. Vi abbiamo già condiviso i dati a riguardo. Sono mal-gestite e luoghi di parassitismo. Duole dirlo.
Io ritengo che vadano riformati e regolamentati. Ma questo è un altro discorso. Lo affronteremo in un altra occasione.
Potrebbero servirci invece centri di ricerca e sviluppo indipendenti lontani da logiche politiche e universitarie. Ma fanno fatica ad attecchire per svariati motivi: coraggio, visione, sostenibilità economica e skills shortage.
A livello di infrastrutture, bisognerebbe ridurre la dipendenza dall’energia estera e abbassare i costi di produzione. Accelerare sugli investimenti in energie rinnovabili e infrastrutture energetiche innovative può essere la soluzione. Ma questo non sembra essere l’orientamento a livello politico.
Misure di sostegno temporaneo potrebbero aiutare le imprese a superare la fase di crisi senza perdere competitività. Ma a noi serve un piano di lungo periodo per garantire performance sostenibili nel tempo ed evitare questi mostruosi down fall. Purtroppo, a livello politico si ragiona per ideologia e per obiettivi elettorali di breve e non di lungo
Uno quindi potrebbe dirmi: Ma quindi a chi ci affidiamo per rilanciare la produzione industriale? Ma a cosa servono questi apparati? A niente e nessuno. A pagarne è proprio il sistema e la produzione industriale e la competitività del paese.
Non c’è una grossa cultura della produzione industriale nella classe dirigente. Anche l’associazionismo a riguardo risulta essere una roba naive. Nelle scuole, poi, serve potenziare lo studio delle lingue, altrimenti dimentichiamoci l’aumento delle esportazioni e l’internazionalizzazione dell’Industria. Noi facciamo fatica a vendere all’estero.
Quindi, per rilanciare l’industria, servono condizioni convenienti a vari livelli in linea con la competizione globale o continentale. Per lo meno parità di condizioni. Un contesto sociale pro-innovazione e progresso e aperto all’internazionalizzazione. Ma anche formazione professionale di alto livello non tanto a livello di istituti tecnici ma di formazione post scuole secondarie dove i Professori fanno i Professori e non gli imprenditori a spese dell’ente e di chi si iscrive con dipendenti che non hanno le competenze perché assunti in quanto amici degli amici. Al momento, si sta fallendo su tutti e 3 questi indicatori.
Se poi volessimo indicare l’ordine da cui partire in un ottica operativa per raggiungere questo obiettivo, bisognerebbe partire, anzitutto, da questo assunto: per ripartire, all’Industria Italiana serve un contesto sociale più progressista e volto all’innovazione e al libero mercato. Questo contesto tirerebbe tutto il resto che serve con facilità.
Il contesto conservatore serve nei casi come quelli Americani quando sei il numero 1 e vuoi proteggere la tua leadership ma continuando a condurre il gioco facendo leva su asset che altri non hanno. L’hanno fatto per anni l’Inghilterra e anche la Germania. L’Italia non è quel mondo.
Il mondo del progresso ideologico però non è chiaramente legato solo allo sviluppo tecnologico e dell’innovazione. Porta con sé altri aspetti che limitano il tutto: tassazione alle imprese superiore e altri aspetti sociali che si scontrano con i valori cardine del paese. E di conseguenza, non riesce ad attecchire sul mondo Italiano per quel motivo. Il mondo dei conservatori potrebbe supportare maggiormente il mondo privato e meno quello pubblico e favorire le imprese con una tassazione più amica e meno burocrazia ma si chiude su innovazione e tecnologia.
Servirebbe, quindi, superare l’ideologia o prendere il meglio per l’industria da ognuna delle due. O banalmente essere pro libero mercato con uno Stato presente solo dove serve, quindi meno invasivo e pesante dove non serve. Non so se ci arriveremo mai.
Il fatto, da cui non si scappa, però, è che siamo sempre più ormai in un economia di servizi (l’Industria forse ce la siamo già giocata. La Deindustralizzazione è già realtà. It’s here to stay). E qui si gioca un altra partita importante per la competitività del paese. Ignorare questo significherà abbandonare completamente il terreno di gioco.
Davide Scialpi, Direttore Osservatorio Economia.
