[Skill Shortage] Emergenza competenze, Davide Scialpi: "il divario tra formazione (professionale e universitaria) e reali fabbisogni delle imprese e dei territori è troppo ampio"

Osservatorio Economia
4
Mar

Il problema della Skill Shortage. Perché le imprese non trovano personale e competenze. Lo scostamento tra formazione Universitaria e fabbisogni delle imprese è troppo ampio

Cari amici bentornati nell’Osservatorio Economia dal vostro Davide Scialpi

Il problema della skills shortage (carenza di competenze) è uno dei nodi strutturali delle economie avanzate: le aziende cercano competenze specifiche che il mercato del lavoro non offre in quantità o qualità sufficienti. Non è solo “mancano persone”. Ma mancano persone con le competenze giuste, nel posto giusto, al momento giusto.

Come Economista esperto di mercati, mi sono occupato di questo problema in prima persona per tanti anni proponendo modelli e soluzioni per risolverlo lavorando con imprese di grandi dimensioni.

Nonostante siano passati oltre 25 anni da quando ho iniziato a suggerire soluzioni a destra e a manca, il problema non sembra essere risolto. E allora forse è il tempo di capire le reali cause e non quelle da paper che ho anche dato perché dopo tanti anni realizziamo anche perché determinate cose accadono evitando di essere diplomatici.


Ma cos’è la skills shortage?

La skill shortage, ovvero scarsità di competenze, è fondatmentalmente il mismatch tra:

  • domanda di competenze (imprese)
  • offerta di competenze (sistema educativo + lavoratori disponibili)

La maggior parte delle aziende, soprattutto quelle grandi, sono a conoscenza del fenomeno che risiede in tante cause concatenate. Tra queste, molte sono riconducibili ai bisogni primari e secondari che le persone hanno con riferimento al lavoro dei propri sogni. Soprattutto in paesi molto sviluppati. In paesi, meno sviluppati, le cose cambiano perché la sopravvivenza induce a prendere qualsiasi lavoro. Ma chiaramente le dinamiche del mercato del lavoro possono creare forti mismatch fisiologici o forzati.

Per esempio, per figure meno qualificate, come camerieri o operai, dove i compiti tecnici ripetitivi superano i contenuti del lavoro di significato, potrebbero esserci problemi di reclutamento per salari bassi rispetto all’impegno richiesto. In Italia è un pò così.

Per figure più qualificate, come economisti, medici o ingeneri, si possono creare le stesse dinamiche legati a salari non competitivi che portano a preferire fughe all’estero o scelte di carriera più in linea con le proprie ambizioni.

Ma cerchiamo di capire perché non si trovano manovali o figure legate al mondo tecnologico estremamente richieste.


Perché succede?


Accelerazione tecnologica

Digitalizzazione, AI, automazione. Dopo la pandemia, la trasformazione è esplosa in tutto il mondo. Anche se, come sappiamo, il mondo tecnologico viaggia ad alta velocità di cambiamento e le aziende possono morire da un momento all’altro così come crescere velocemente nel giro di poco tempo. Pensiamo ad OPEN AI, AMAZON, NVIDIA.

Quello che si determina è una cosa come questa:

  • Servono sviluppatori AI, esperti cybersecurity, MarTech
  • Il sistema formativo produce tanti laureati in discipline diverse da queste. E pochi in linea.

Questo crea il corto circuito, la frizione, il mismatch iniziale. A cui si aggiunge la selezione del personale che può essere errata e l’offerta di valore proposta alla persona non in linea con i desiderata o con i trend di mercato.


Sistema educativo lento e in ritardo: università e imprese, due mondi diversi

Come molti di voi sanno, il mondo accademico e le università tradizionali e molti percorsi formativi aggiornano i propri programmi con anni di ritardo, sono poco collegati alle imprese e alle esigenze di settore e territoriali (locali e nazionali) e privilegiano teoria rispetto a competenze operative.

Molte volte è una questione burocratica. Altre volte e assenza di coraggio e visione sul costruire qualcosa che diventerà futuro nel breve. Altre volte ancora, l’obiettivo è dare infarinatura generale di un pò di tutto e lasciare alle lauree specialistiche l’onere di verticalizzare le competenze.

La ricerca italiana è quasi sempre un copia e incolla di quella Americana o schiacciata su mondi diversi dal nostro e quindi legata ad altri paesi. Per conseguenza, si creano mindset e know-how per l’estero. Non è un caso che il numero di persone tra 20 e 35 ani anni a lasciare l’Italia ogni anno è estremamente elevato. E la maggior parte di questi è costituito da laureati. In altre parole, l’Università Italiana forma per andare all’estero e non per le sfide locali e nazionali.

In tutto questo, pochi sanno che però l’Università moderna, qualsiasi università, è basata anche sul vendere Master e Corsi Post Laurea. Da cui si generano extra lavori e guadagni per i professori. Loro la chiamano Formazione Continua. In realtà, è un modo per ottenere più lavori extra rispetto alle cattedre e guadagnare più soldi. Sono tante le soluzioni di formazione continua: da master a corsi brevi executive ad MBA.

In tutta sincerità, a distanza di anni, sembra e ritengo che i professori nelle università spingano sempre più per iniziare a parlare di cose concrete, pratiche e a proporre cose più vicine alla realtà solo in questi corsi promettendo stage in cambio dell’esborso previsto per l’acquisizione della certificazione, tenendo lo studente delle lauree triennali e specialistiche immerso in un mare di conoscenza ma fuori delle dinamiche di lavoro.

Capite bene che se dopo 5 anni devi fare anche altri corsi, siamo al limite della truffa perché l’università è passata da 4 anni a 5 anni fondamentalmente.

Negli ultimi vent’anni il sistema universitario europeo (anche sotto impulso del processo di Bologna) ha costruito una struttura a più livelli:

  • Laurea triennale
  • Laurea magistrale
  • Master post-graduate
  • Executive master
  • Corsi di aggiornamento

Questo modello incentiva la verticalizzazione dell’offerta formativa.

Effetto sistemico:

  • La laurea diventa generalista.
  • Le competenze operative vengono spostate sui master e corsi specializzanti.
  • L’ingresso nel lavoro si allunga.

Non è necessariamente una “strategia maliziosa”, ma è un modello economico legato alla crescente autonomia finanziaria delle università.

In Italia questo è evidente soprattutto negli atenei pubblici dove l’offerta executive e master è diventata una leva strategica di ricavo e posizionamento con scuole ad hoc.

Altro problema annoso è quello dei Professori che bocciano facilmente gli studenti o mettono voti bassi o rendono la vita complicata allo studente portandolo fuori corso o ad abbandonare o a metterci tanto per laurearsi per un unica ragione non vogliono competitor per la loro carriera. Questo è un atteggiamento di molti Professori e sicuramente non aiuta in questo senso. Avviene soprattutto nei Politecnici. Torino e Milano sono note per questo. Ci sono anche articoli di giornale a riguardo. A quel punto meglio fare le telematiche, almeno ci si laurea.

Possiamo chiamarlo anche meccanismo di autoregolazione del prestigio e difesa del proprio territorio.

C’è anche da dire che molti Professori, in campo ingegneristico, fanno anche gli imprenditori e questo limita ancora anche la diffusione di conoscenza core che non viene mai proposta per mantenere la propria posizione duratura nel tempo e non produrre professionisti e innovazioni nel campo.

Negli ultimi anni molti docenti, soprattutto in ambito IT e ingegneria:

  • fondano startup
  • partecipano a spin-off
  • fanno consulenza
  • collaborano con aziende tech

Il problema nasce quando:

  • il confine tra ruolo pubblico e interesse privato diventa opaco
  • l’orientamento didattico privilegia aree funzionali al proprio network

Qui il tema diventa di governance e trasparenza. E magari su questo possiamo fare qualche intervento in futuro con dei casi particolari.

Il problema strutturale è, anche, la distanza culturale:

  • L’impresa ragiona per risultati, tempi brevi, mercato.
  • L’accademia ragiona per pubblicazioni, carriera interna, reputazione scientifica.

I professori:

  • sono valutati su ricerca e pubblicazioni
  • non sono valutati su occupabilità degli studenti

Questo crea un disallineamento di incentivi.

Non è necessariamente “chiusura corporativa”, ma incompatibilità di metriche di successo.

In alcuni ambiti (non solo umanistici) esiste, poi, una tensione tra:

  • formazione critica
  • formazione professionalizzante

Se l’università si vede come:

  • luogo di pensiero critico → si allontana dal mercato
  • infrastruttura economica → si avvicina all’impresa

La skills shortage nasce anche da questa ambiguità identitaria. La skills shortage, quindi, non nasce solo da un deficit quantitativo di laureati. Ma da un modello universitario, come quello ingegneristico, che non è progettato per l’occupabilità immediata, ma per la riproduzione accademica e il rallentamento dell’entrata nel mondo del lavoro. Nei Politecnici, è così. Tant’è che non si iscrive più nessuno a Milano e Torino.


Demografia e Mobilità

C’è poi il problema della Demografia e della Mobilità Internazionale. Paesi come l’Italia hanno:

  • bassa natalità
  • fuga di cervelli (dovuto anche ad una formazione prof.le e universitaria scollegata dai territori e dalle priorità del paese)
  • invecchiamento della popolazione

Risultato conseguente è la presenza di meno lavoratori giovani qualificati.


Aspettative salariali

Come detto, spesso le imprese:

  • cercano competenze avanzate
  • ma offrono salari non competitivi

In questo caso non è vera “skills shortage”, ma wage shortage.


Problema culturale

Molti giovani:

  • evitano percorsi tecnici (ITS, professionali) preferendo percorsi più creativi o classici
  • puntano a lauree generiche

Ma il mercato cerca competenze tecniche.


In quali settori è più grave

  • IT e digitale
  • Ingegnerie Verticali come Elettrici o Nucleari
  • Sanità
  • Manifattura avanzata
  • Energie rinnovabili

In Italia il mismatch è tra i più alti in Europa. Ma è anche vero che le proposte fatte dalle imprese sono non competitive.


Le conseguenze?

Per le imprese:

  • posti vacanti
  • rallentamento della crescita
  • perdita di competitività

Per il Paese:

  • produttività bassa
  • salari stagnanti
  • investimenti che vanno altrove

La vera questione strategica

La skills shortage non è solo un problema di formazione.

È anche un problema di:

  • politica industriale
  • modello educativo
  • allineamento tra università e mercato
  • attrattività delle persone di talento

Paesi come Germania hanno ridotto il mismatch grazie al sistema duale scuola-impresa. Da noi lo chiamano Scuola Lavoro. Ma non pochi problemi sono sorti: quali infortuni e morti sul lavoro di giovani ragazzi in stage.


Una lettura più profonda

Ci sono due scuole di pensiero:

A. Mancano competenze
→ bisogna formare di più e meglio

B. Mancano buoni stipendi
→ le competenze ci sono, ma emigrano o rifiutano offerte basse

In Italia spesso convivono entrambe.

In sintesi

La skills shortage è in parte:

  • un problema di demografia
  • un problema di salari
  • un problema di mismatch tecnico
  • un problema di contenuti del lavoro e persone focalizzate più su bisogni secondari

Ma è anche un problema di modello universitario che non è costruito per allinearsi dinamicamente al mercato del lavoro.

L’università produce conoscenza ma secondo i propri interessi. Il mercato chiede determinate competenze e skill set. Finché questi due sistemi avranno incentivi diversi, il mismatch continuerà.

In questo approfondimento, vi ho regalato un pò di chicche. E’ ovvio che serve intervenire riformando le Università, nelle facoltà vicine alla skill shortage, portando le imprese a decidere la formazione e a rivedere il sistema 3+2 che è troppo. Al massimo portarlo a 2+2 ma obbligatorio.

Davide Scialpi, Direttore Osservatorio Economia