Le Università Telematiche hanno innovato e cambiato ufficialmente il Sistema Universitario Italiano. Un modello di università lean, realmente green (eco-friendly) e inclusivo, apprezzato dal mercato

Le Università Telematiche hanno ufficialmente Innovato il Sistema Universitario Italiano. Il cambiamento (il progresso) è arrivato.
Come ben sapete, abbiamo condiviso tantissimi insight dal nostro Dossier Università 2025 con il Ranking delle Università più attrattive d’Italia. Attraverso questa ricerca che, per la prima volta, misura la reale attrattitività delle nostre Universitarie, vi abbiamo rivelato che il mondo universitario è ufficialmente cambiato.
Siamo stati gli unici a raccontarlo pubblicamente. I dati del MUR parlano chiaro: le Università Telematiche, osteggiate a più non posso da altre Università Tradizionali Private o Pubbliche delle grandi città metropolitane, si sono letteralmente imposte nei piani più alti del nostro sistema Universitario proprio nei loro confronti. Sono atterrate direttamente sull’altare del Sistema Universitario imponendosi come le Università Italiane più attrattive in assoluto. In altre parole, gli atenei dove le persone si stanno iscrivendo di più.

A crollare, da molti anni, sono proprio le Università delle grandi Città Metropolitane, dal nome noto o prestigioso. A crescere sono anche le Università regionali o a misura d’uomo.
In altre parole, se si guarda bene al finding generale, l’università che ci racconta di essere superiore, quella della grande Città metropolitana, dal nome noto o prestigioso, non è più attrattiva. Non è più appealing. E’ in crisi profonda di attrattività. E’ in crisi di iscritti da molti anni. E questo vuol dire che il prestigio non attira più. La grande città non attira più. La presunta eccellenza venduta tramite ranking farlocchi non tira più. La reputazione creata a tavolino non influenza più.
Negli ultimi anni, l’università italiana ha vissuto uno dei più profondi cambiamenti della sua storia recente: un cambiamento silenzioso, temuto, spesso nascosto e osteggiato dai centri di potere accademico tradizionale, ma oggi impossibile da negare: la crescente digitalizzazione della formazione e dell’apprendimento.
Per milioni di persone la didattica da remoto s’è rivelata una svolta, uno stile di vita, un ancora di salvezza. Una modalità che concilia studio, lavoro e famiglia. Un modello efficiente, flessibile, moderno. Un rituale e un atteggiamento che quando diventa largamente comune e accettato, diventa la normalità.
La pandemia ha accelerato fortemente questa abitudine e processo facendo diventare le Università Telematiche protagoniste della scena come logica conseguenza e le Università Tradizionali, basate su esperienza on campus, eccessivamente costose (sia sul piano economico che cognitivo) time consuming per chi la intraprendeva, e quindi oltremodo obsolete.
Mentre tutti scommettevano che terminata la pandemia l’Università sarebbe tornata alla normalità, negli individui, le persone, è rimasta installata l’applicazione rituale del formarsi da casa o dell’apprendimento digitale. Comportamento difficile da rimuovere se non con forzature (sono arrivate anche quelle).
Per conseguenza, mentre tutti si aspettavano uno sboom delle telematiche queste hanno continuato a salire a livelli ancora più alti arrivando ad entrare con forza tra le Università più potenti e influenti d’Italia soverchiando per numero di iscritti annuali Università dal nome noto o prestigioso.
A nulla sono valsi i tentativi disperati di sentinelle assoldate da Università private per fermare l’ascesa delle telematiche (Università non statali come loro) che comprometteva il business basato su anni di investimenti in immagine, e riproporre il modello fallimentare e costosissimo dell’Università in presenza, tutto campus e burocrazia e che tiene tutto com’è (quello che vogliono).
L’Innovazione del sistema Universitario è finalmente arrivata. Il cambiamento è arrivato. Il progresso è arrivato, alla faccia dei conservatori della poltrona. Andati sono i tempi, quindi, di chi attraverso ranking farlocchi e pr mediatiche finte si proponeva (si propongono ancora così) come eccellenza senza ragione di esserlo e senza essersi mai impegnati per esserlo.
Tutti, visti i proclami, ci saremmo aspettati che a portarci nel futuro e nel progresso sarebbero state proprio quelle Università che vengono dipinte costantemente come superiori agli occhi degli stakeholder in ranking farlocchi come QS, CENSIS, FT. Macché. Così non è stato. In realtà, quello, era ovvio guardandosi in giro, è dichiarare di essere qualcosa che non s’è ed evitare di lavorare seriamente per cercare di capitalizzare sull’asimmetria informativa di chi sta per fare la scelta universitaria e non riesce a comprendere come fare la scelta giusta. Tutta finzione, in altre parole.
La pandemia ha fatto capire che si può fare l’Università senza recarsi fisicamente in ateneo o trasferirsi in una città per studiare. Il campus è superfluo.
La pandemia ha fatto capire che si può evitare di recarsi in Università e che questo aiuta a risparmiare denaro e stress e a utilizzare il proprio tempo per fare altro o per studiare di più.
Il trionfo delle telematiche è una bocciatura dell’esperienza universitaria finora deliverata dagli atenei. Se fosse stata qualcosa di spettacolare, tutti avrebbero chiesto di tornare a gran voce a frequentarla. E così non è stato. Anzi, lo sdegno verso quelle Università che ripropongono l’esperienza on campus è arrivato oltre ogni limite.
L’Innovazione delle Telematiche
La vera innovazione del sistema universitario italiano negli ultimi 20 anni è stata prodotta dalle università telematiche hanno introdotto una trasformazione strutturale nel sistema universitario italiano. E va sostenuta.
Non narrativa. Non marketing. Numeri.
Hanno eliminato costi economici e cognitivi per lo studente. Hanno restituito tempo, serenità e opportunità. Hanno ridotto l’attrito sistemico. E frequentandole, oggi, aumenta il valore percepito dell’investimento universitario.
La loro crescita non è ideologica. È competitiva. Si supera il campus. Si ridà tempo e libertà all’essere umano.
La pandemia ha rotto un monopolio logistico
Prima del Covid, l’accesso all’università era legato alla presenza fisica, al recarsi on campus. Il trasferimento e la frequentazione erano considerate parte “naturale” del percorso.
Con la didattica a distanza forzata, si è scoperto che il vincolo fisico non era tecnico, ma organizzativo. Il sapere, le lezioni, possono essere erogate anche senza campus.
L’università si può fare anche da casa.
Questo è un cambiamento strutturale. Molti prevedevano il crollo delle telematiche finita l’emergenza. È accaduto l’opposto: hanno continuato a crescere e oggi competono ai vertici per numero di iscritti.
Questo è un segnale di mercato. Ed è anche un messaggio al sistema: quel modello lì non è sostenibile.
Molti prevedevano il crollo delle telematiche finita l’emergenza. È accaduto l’opposto: hanno continuato a crescere e oggi competono ai vertici per numero di iscritti.
Questo è un segnale di mercato.
Il campus e’ superfluo.
Il campus può offrire socializzazione, networking, identità simbolica, capitale relazionale.
Ma non tutti attribuiscono a questi elementi lo stesso valore.
Per uno studente lavoratore di 35 anni, il campus è un costo inutile. Per uno studente fuori sede di 18 anni può diventare un investimento sproporzionato rispetto al ritorno. Se l’esperienza campus fosse stata universalmente ad alto valore percepito, la domanda di online sarebbe crollata. Non è crollata.
Questo significa che una parte rilevante della domanda non considera più l’esperienza fisica sufficiente a giustificarne i costi. Il campus oggi deve dimostrare il proprio valore. Non è più l’unica opzione.
Il successo delle telematiche cosa dimostra davvero?
Non dimostra che l’università tradizionale sia fallita. Dimostra che: L’esperienza universitaria era sovra-impacchettata rispetto ai bisogni di una parte rilevante della domanda.
Molti studenti non cercavano “esperienza” o socialità.
Cercavano:
- Titolo
- Flessibilità
- Compatibilità con il lavoro
- Riduzione costi
Le telematiche hanno intercettato questo segmento. Chi si’è mai iscritto in Università per socializzare o per fare networking? .. NESSUNO!
Se l’esperienza fosse stata spettacolare, tutti sarebbero tornati con piacere a frequentarla. Così non è.
Questa è la parte più delicata. Non tutti sono tornati perché:
- Il costo opportunità è alto.
- La vita universitaria in Italia non sempre è ad alta intensità esperienziale.
- Molti atenei offrono didattica frontale tradizionale poco immersiva.
- Non c’è nulla di sociale. Anzi, c’è competizione tra individui. Non è andare in discoteca.
Ripetiamo: se l’esperienza campus fosse stata universalmente ad alto valore percepito, la domanda di online sarebbe crollata. Non è crollata.
Questo è un segnale di mercato. La crescita delle università telematiche suggerisce che una parte rilevante della domanda non attribuisce più valore sufficiente all’esperienza campus da giustificarne i costi economici e cognitivi.
Il campus deve dimostrare il proprio valore economico e formativo in un contesto in cui non è più l’unica opzione.
Costi economici: il grande non detto
Per uno studente fuori sede il costo reale non è la retta. È affitto, trasporti, tempo di spostamento, consumi urban, mancato reddito, perdita di opportunità. L’investimento totale può superare i 12–18 mila euro annui, a cui si aggiungono altri costi potenziali da investimenti collegati.
Le università telematiche hanno eliminato il costo di mobilità e ridotto drasticamente il costo opportunità (puoi lavorare mentre studi).
Questo è un vantaggio competitivo, non ideologico.
La riduzione dei costi cognitivi
Per costo cognitivo intendiamo l’energia mentale necessaria per navigare il sistema. Nel modello tradizionale troviamo spesso:
- burocrazia complessa
- informazioni frammentate
- procedure poco intuitive
- calendari rigidi
- dipendenza da segreterie
- stress logistico
È un modello institution-centered.
Lo studente deve:
- Decifrare il sistema
- Adattarsi ai suoi ritmi
- Comprendere logiche interne non esplicite
È un modello institution-centered. In più, la mobilità e il presenziare on campus comporta stress che incidono sulla performance e la qualità della vita e dell’apprendimento stesso nonché sulla performance stessa.
Le telematiche hanno ridotto:
- attrito burocratico
- complessità informativa
- rigidità organizzativa
- stress da mobilità
Hanno spostato il sistema verso un modello student-centered e digital-first.
Non necessariamente più “accademico”. Ma più fluido. Più lean. Più contemporaneo.
Chi riduce attrito, nel mercato, vince quota.
Il crollo del mito metropolitano
A crescere sono le telematiche e molte università territoriali. A calare sono diversi atenei delle grandi città metropolitane, anche prestigiosi.
Questo dato smonta tre narrazioni:
- Il prestigio storico non basta più.
- La grande città non è più un magnete automatico.
- Il ranking (farlocco) in Italia non è driver principale di scelta.
Molte telematiche, prima dell’esplosione, non venivano nemmeno considerate nei ranking tradizionali. Eppure crescono.
Questo indica una transizione: da autorità verticale a fiducia orizzontale. Le persone si orientano su utilità percepita, testimonianze reali, compatibilità con la propria vita. Il vero indicatore di attrattività oggi è uno solo: iscrizioni reali in un mercato competitivo.
La narrativa ingannevole dell’ossessione green di Boeri e il paradosso infrastrutturale
Ci viene raccontata l’ossessione green dalla Boeri & co (finiti ai domiciliari per l’ossessione profitto e il truccare appalti per i loro progetti fatti di blocchi di cemento. Altro che verde. L’ossessione è il conto corrente bello pieno). Ma il modello campus:
- consuma suolo
- richiede nuove costruzioni (da qui l’interesse del BOERI a speculare)
- generatore di mobilità quotidiana e di continuo inquinamento
- energivoro e produttore di emissioni indirette
L’eliminazione del vincolo fisico è la scelta strutturalmente più sostenibile. Se l’ambiente fosse davvero la priorità, il modello telematico sarebbe centrale nella strategia di sistema. Non trovate?… Invece continuano a investire in infrastrutture simboliche e orrende che diventano cattedrali nel deserto e deturpano l’ambiente!! Chissa perché?…..
Inclusione reale
Le università telematiche sono oggi le più inclusive. Permettono l’accesso a:
- studenti lavoratori
- persone con disabilità
- residenti in aree periferiche
- adulti in formazione continua
La crescita della domanda lifelong è un dato strutturale. Il modello digital-first è scalabile, meno infrastrutturale, più accessibile.
Questo è un fatto industriale.
Il cambio di paradigma
Non stiamo assistendo a una sostituzione totale. Stiamo assistendo a una redistribuzione dell’attrattività.
Il sistema si sta spostando da prestigio + localizzazione metropolitana verso: accessibilità + flessibilità + sostenibilità economica. La vera innovazione non è l’online in sé. Esisteva già. La pandemia ha normalizzato l’apprendimento digitale.
Il cambiamento è culturale: l’università non è più un luogo. È un non-luogo, è un servizio.
I ranking (truccati) non influenzano. Il problema delle narrazioni autoreferenziali
Per anni alcune università hanno costruito la propria superiorità su ranking e PR farlocche e ingannevoli. Essere 1° in una classifica (farlocca), creata per ingannare l’opinione pubblica vendendo un eccellenza che non c’è, non ha impedito la perdita di iscritti. Se l’esperienza offerta fosse stata realmente irresistibile, la domanda non si sarebbe spostata.
Il mercato non premia le narrazioni. Premia la funzionalità. Raccontarsi innovatori non equivale a innovare. Raccontarsi eccellenza non equivale a esserlo.
Le telematiche hanno innovato il modello operativo. Altri hanno difeso e difendono il modello simbolico che però non sta più in piedi.
Nella maggior parte dei ranking, prima dell’esplosione le Università Telematiche non venivano neanche considerate e listate. Il che ci dice che in Italia, la scelta universitaria passa tramite passaparola reale legato all’esperienza fatta da qualcuno.
È una transizione da autorità verticale a fiducia orizzontale. Ed è coerente con l’era digitale in quanto circola più informazione sulla reale esperienza, prima totalmente inventata tramite ranking.
La crescita delle università telematiche indica che una parte crescente della domanda universitaria si orienta più su utilità percepita e testimonianza diretta che su reputazione accademica propagandata tramite ranking non autorevoli.
Il vero indicatore di attrattività oggi non è la posizione in classifiche fake, ma la capacità di generare iscrizioni reali in un mercato competitivo
Un sistema costretto a guardarsi allo specchio
Le telematiche hanno avuto un merito enorme: hanno reso intoccabile ciò che sembrava intoccabile.
Hanno dimostrato che:
- la tecnologia può essere integrata
- i servizi possono essere moderni
- lo studente può essere messo davvero al centro
- l’esperienza deliverata fino a quel momento non era granché
Hanno costretto il sistema tradizionale a confrontarsi con i propri limiti. Senza questa pressione competitiva, il sistema sarebbe rimasto immobile. Pensate se le Università telematiche non fossero arrivate dove saremmo. Travolto dalla propria inerzia e dalla riluttanza al cambiamento. E, soprattutto, lontanissimo dalle esigenze delle persone.
In sintesi
Le università telematiche, però non sono nuove nel sistema. Esistono da tanti anni. A differenza delle Università Tradizionali delle grandi città, hanno dimostrato una forte capacità di intercettare la domanda contemporanea:
- Studenti lavoratori
- Percorsi flessibili
- Riduzione dei costi indiretti
- Accesso geografico ampliato
Con un modello
- Digital-first
- Scalabile
- A minore intensità infrastrutturale
- Inclusivo
- Realmente sostenibile
Le università telematiche hanno ridotto:
- Costo economico di mobilità
- Costo opportunità (puoi lavorare)
- Attrito burocratico
- Complessità informativa
- Costo Cognitivo
Hanno spostato il modello verso: Student-centered + piattaforma digitale. Un esperienza meno stressante. Meno time consuming. Non necessariamente più “accademico”. Ma più fluida e lean.
Il modello infrastrutturale universitario tradizionale comporta costi economici e cognitivi elevati, che le piattaforme digitali hanno dimostrato di poter ridurre
Oggi risultano tra gli atenei con maggiore crescita in termini di nuove immatricolazioni. Questo è un fatto competitivo, non ideologico. Non è loro diversi da noi. Noi qualità, loro no. E’ modello diverso e livello di formazione uguale. Altrimenti non vedremmo insegnarvi dentro tanti professori da Università Pubbliche o con lauree prese in Università Pubbliche o Private tradizionali.
Un nuovo standard da raggiungere
La vera innovazione introdotta dalle università telematiche non è solo tecnologica, ma culturale.
Hanno ridefinito il concetto di Università, spostandolo:
- dall’apparenza al servizio,
- dalla reputazione alla funzionalità,
- dalla tradizione all’efficacia,
- dal prestigio alla possibilità di realizzare concretamente un progetto di vita.
L’eccellenza non è più ciò che appare migliore in una classifica, ma ciò che funziona meglio per gli studenti.
Le telematiche dimostrano concretamente che esiste e può esistere un modello più efficiente, accessibile e contemporaneo, e gli studenti (il mercato) premiano questo modello con iscrizioni reali.
L’Università italiana è cambiata. Finalmente.
Il successo delle università telematiche non è, quindi, una moda. È l’effetto di una trasformazione strutturale della domanda. Gli studenti oggi cercano titolo, flessibilità, riduzione costi, compatibilità con lavoro e vita. Non cercano necessariamente un campus fisico.
L’attrattività universitaria non è più determinata solo dal prestigio storico o dalla dimensione metropolitana. È determinata dalla capacità di ridurre costi economici e cognitivi.
Il futuro non l’hanno portato gli atenei che per anni si sono proclamati “superiori” attraverso ranking farlocchi come QS, FT e CENSIS. Il futuro lo hanno portato:
- le Università Telematiche,
- Gli atenei che lavorano sui territori,
- quelli che si rimboccano le maniche, lavorano e innovano davvero.
Questo è il cambio di paradigma. L’università italiana è cambiata. Non per proclamazione. Per pressione competitiva. E il futuro non è di chi si proclama superiore, ma di chi riduce attrito e crea valore reale.
L’università italiana è cambiata. E questa volta il cambiamento non è un annuncio: è un dato, di fatto.
Davide Scialpi, Direttore Osservatorio Economia
