La Borsa Italiana non è competitiva. Troppi Delisting e Poche Nuove Quotazioni (IPO). Non è attrattiva per le aziende

Cari amici bentornati nel canale digitale dell’Osservatorio Economia dal vostro Davide Scialpi.
Con questo approfondimento, ci occupiamo del mercato dei capitali e degli investimenti finanziari italiano, un settore cruciale per l’economia del Paese, che sta purtroppo attraversando una fase critica. Nonostante l’apparente crescita dell’indice FTSE MIB nel 2024, il crescente numero di delisting (revoca delle società dalle negoziazioni in corso) e la scarsità di nuove quotazioni sollevano serie preoccupazioni sulla sostenibilità, attrattività e competitività della Borsa Italiana di Milano.
Nel 2024, la Borsa Italiana ha mostrato un andamento apparentemente positivo, con l’indice FTSE MIB in crescita del 12,6%. Tuttavia, dietro questo dato si cela una realtà preoccupante: il numero di società quotate sta diminuendo a un ritmo allarmante, mettendo in discussione l’attrattività del mercato azionario italiano.
La fuga delle Aziende: 37 Delisting nel 2024
Durante il 2024, ben 37 aziende hanno lasciato Piazza Affari, portando via con sé una capitalizzazione complessiva di circa 28 miliardi di euro. Tra le più significative ci sono CNH Industrial e UnipolSai, due giganti che da soli rappresentano oltre il 75% del valore perso dal mercato. Questo fenomeno non è nuovo, ma la sua intensificazione sta diventando un campanello d’allarme per l’intero sistema economico italiano.
La fuga da Piazza Affari non solo è molto forte ma non è in grado, a ben vedere, di attrarre nuove realtà sul mercato principale.
Nuove Quotazioni ai Minimi Storici
A fronte di queste uscite, il mercato ha accolto solo 4 nuove IPO reali (anche se se ne conterebbero 21 nuove IPO), di cui solo una sul listino principale. Il saldo netto tra entrate e uscite è quindi fortemente negativo (-15 aziende), segnalando una progressiva desertificazione della Borsa Italiana. Il valore è pari a solo 1 miliardo di euro in ingresso..
Siamo quindi ad un 2024 che ha visto 28 miliardi di euro in uscita e solo 1 in entrata. Qualcosa di disastroso.
Questo rappresenta una diminuzione del 41% nel numero di operazioni rispetto al 2023 che vede unaa raccolta di capitali depauperata dell’87%. Nel 2023 le IPO sono state 34.
In poco più di vent’anni il mercato ha perso quasi un terzo delle sue società, passando da 280 società quotate a 207 società quotate. E spesso si tratta di aziende di rilievo, con un impatto significativo sulla liquidità e sulla competitività del listino.
Perché le Aziende Scappano?
Le motivazioni dietro questa fuga possono essere molteplici:
- Regolamentazione e burocrazia soffocanti: Il contesto normativo italiano è complesso e spesso penalizzante per le aziende quotate.
- Liquidità limitata: Il mercato italiano non offre lo stesso livello di scambi e investitori istituzionali presenti nelle principali borse europee.
- Costi elevati della quotazione: Mantenere una presenza in borsa comporta costi significativi, che molte aziende preferiscono evitare.
- Operazioni di acquisizione e delisting strategici: Molte aziende vengono ritirate dalla borsa a seguito di OPA (offerte pubbliche di acquisto) da parte di grandi gruppi o fondi di investimento.
- Opportunità offerte dal private equity. Molte aziende preferiscono lasciare la Borsa per accedere a capitali privati, evitando i vincoli e i costi della quotazione pubblica. I fondi di private equity, infatti, offrono liquidità immediata, maggiore flessibilità gestionale e strategie di crescita a lungo termine senza le pressioni del mercato azionario.
- Strategie Industriali, Posizionamenti strategici e Rischi reputazionali legati al business. Molte aziende decidono di non accedere al mercato dei capitali di rischio perché il business che svolgono può essere interessato da rischi reputazionali forti che possono incidere in maniera molto forte sul valore di mercato delle azioni. Quotarsi in borsa vuol dire essere più trasparenti, efficienti e operare in modo corretto ed etico per motivi reputazionali. Il che per grandi aziende non è mai così semplice.
Oggi, la gestione del rischio (Risk Management) gioca un ruolo sempre più centrale nella decisione di un’azienda se quotarsi in Borsa o meno. In un mondo iperconnesso, dove la circolazione delle informazioni avviene in tempo reale grazie a internet e ai social media, le imprese sono costantemente esposte a rischi reputazionali. Questo è particolarmente vero per quelle operazioni aziendali che potrebbero sollevare dubbi etici o controversie.
Qualsiasi dichiarazione, azione o evento, sia intenzionale che accidentale, può rapidamente trasformarsi in un problema di immagine, con conseguenze dirette sul valore di mercato. Per esempio, un attacco informatico a un’azienda quotata può generare un immediato crollo della fiducia da parte degli investitori, con effetti negativi sul prezzo delle azioni.
Di fronte a questi rischi, molti imprenditori adottano una logica prudenziale: evitando la quotazione in Borsa, riducono la loro esposizione pubblica e limitano i danni in caso di crisi. L’idea è che un’azienda non quotata, essendo meno soggetta alla pressione del mercato e alla reazione immediata degli investitori, possa gestire le situazioni critiche con maggiore discrezione e controllo. Ad esempio, Ferrero non ha mai voluto quotare la sua società. Principalmente per non mettere a repentaglio il business.
Per quanto riguarda il quotarsi, va detto che c’è sicuramente anche un discorso di mancanza di cultura rispetto al ruolo che la Borsa può giocare per la crescita e lo sviluppo delle imprese fornendo accesso a forme di finanziamento / di raccolta di capitali che la quotazione rende possibile, opportunità di business come la possibilità di acquisizioni o monetizzazione degli investimenti per i soci fondatori e gli investitori nonché ritorni in termini di reputazione e credibilità e quindi di incremento della fiducia presso un vasto numero di stakeholder di riferimento.
Chiaramente, troveremo a favore della quotazione tanti studi e aziende specializzate in questo, che si propongono come società di consulenza a riguardo. Di conseguenza, faranno propaganda positiva a riguardo. Ergo, quando leggiamo analisi o articoli di aziende di tal tipo che esaltano la quotazione bisogna sapere decifrare che è più un incitazione al farlo per chiari interessi di business.
Le Conseguenze per il Mercato e gli Investitori
Questa ondata di delisting non è solo un problema per le aziende coinvolte, ma ha ripercussioni su tutto il sistema finanziario:
- Minor liquidità: Meno titoli in circolazione significano meno opportunità di investimento e minore attrattività per gli investitori stranieri.
- Rischio di marginalizzazione: Se il trend continua, la Borsa Italiana rischia di perdere peso rispetto ad altri mercati europei come Parigi e Francoforte.
- Impatto sugli investitori retail: I piccoli investitori italiani vedono ridursi le opzioni di investimento, con un mercato sempre più dominato da poche grandi aziende.
Come Invertire la Rotta?
Per rendere la Borsa Italiana più attrattiva, è necessario un intervento deciso a livello normativo e strategico:
- Riduzione della burocrazia: Semplificare il processo di quotazione e ridurre gli oneri amministrativi per le aziende quotate.
- Incentivi fiscali: Favorire la quotazione con agevolazioni fiscali per le nuove IPO e per le aziende che scelgono di rimanere in borsa.
- Maggiore supporto agli investitori istituzionali: Attrarre fondi pensione e investitori esteri per aumentare la liquidità del mercato.
- Promozione di un mercato più dinamico: Creare condizioni favorevoli per le aziende innovative e per le PMI, che rappresentano il cuore dell’economia italiana.
- Cambiare o Rividere componenti del Board-Top Management. Cambiare la Presidenza del CDA potrebbe essere una soluzione.
Conclusione
La crescita dell’indice FTSE MIB nel 2024 non deve illudere: la Borsa Italiana di Milano non è competitiva. E’ minuscola rispetto a New York, Francoforte, Londra, etc. Sta perdendo pezzi importanti, con un numero di delisting superiore di gran lunga alle nuove quotazioni (IPO). Se non si interviene rapidamente per invertire questa tendenza, il rischio è quello di un mercato sempre meno rilevante a livello internazionale, con danni significativi per l’economia del Paese. Ritengo che sia più una questione di mettere le persone giuste al posto giusto. Con pochi cambi, ma buoni si risolve il problema.
Davide Scialpi, Direttore Osservatorio Economia
