Il vuoto politico è lontano delle ideologie e dalla politica, vicino ai problemi reali e alle aree interne.

27
Gen

[Analisi] Vuoto Politico, dov’è il vero spazio elettorale incontestato oggi?

Cari amici, bentornati e bentrovati nel canale ufficiale dell’Osservatorio Economia dal vostro Davide Scialpi.

In questo approfondimento, analizzeremo quelle che sono le opportunità in termini di spazi di rappresentanza elettorale politica incontestata che vanno aprendosi in Italia in virtù dell’azione inefficace dell’attuale classe politica nazionale ed europea.

Lo facciamo perché s’è creato un gran dibattito accesso a riguardo e conseguentemente grandi manovre si intravedono all’orizzonte ma che, chiaramente, si preannunciano già come proposte poco credibili e che sanno di trasformismo e di già visto.

Con questa premessa, siamo qui a chiederci e a cercare di dare una risposta alla seguente domanda:

Dov’è lo spazio incontestato in politica oggi? Dov’è il vuoto politico di cui tanto si parla?

Partiamo dalla situazione attuale del panorama politico italiano, dominato da una forte polarizzazione tra destra e sinistra, intenti a creare quella contrapposizione classica tra conservatori e progressisti-democratici. Contrapposizione che si caratterizza per cercare di riportare la politica a mero scontro e propaganda ideologica e non a soluzioni a problemi e quindi vicina alla realtà.

Questo ritorno all’ideologia sta facendo aumentare la già forte disaffezione dalla politica e la sfiducia nelle istituzioni. In altre parole, gli italiani non vedono di buon occhio il bipolarismo.

Il fatto è provato dal forte astensionismo. Gli Italiani, provati dal non aver ottenuto un cambio con i cinquestelle e da chi si era proposto in tempi rapidissimi come risolutore di tutti i problemi, ovvero Renzi, Salvini e poi anche Draghi e la Meloni, hanno mollato la presa. Non credono più nel sistema politico.

Certo è che con il governo Meloni estremamente in linea con l’onda di destra degli ultimi 10 anni il paese sembra essersi calmato e chetato rispetto all’ondata di cambi di governo continui vissuti che erano un prodotto dell’agitazione e insofferenza che il paese viveva verso chi prendeva decisioni per lo sviluppo economico e sociale dell’italia.

Gli Italiani hanno provato tutto. Sanno che non c’è più nulla. Ed è proprio il nulla quello che s’è generato e si sta generando: il vuoto pneumatico. Con la Meloni gli Italiani sperimentano l’ultimo lido prima del vuoto totale politico.

In un’Italia segnata da un astensionismo crescente, giovani sempre più lontani dalla politica e partiti tradizionali incapaci di innovarsi, emerge l’esigenza di comprendere ed individuare cosa potrebbe colmare questo vuoto e saperlo rappresentare in modo desiderato e chiaramente in linea con la modernità.

Il centro: un vuoto o un’illusione?

In molti pensano che sia il centro il non-luogo politico elettorale dove tuffarsi per rappresentare elettori scontenti di tutto. Anche se, francamente, il centro proprio non presidiato non è: il PD è lì con AVS che fa la sinistra e possono presidiarlo anche il M5S ed anche FI.

Molti osservatori e tanti veterani della politica (spesso con radici nell’esperienza democristiana), continuano a credere che il vero spazio politico si trovi proprio li. Questo spazio non è inteso solo come un punto geometrico tra destra e sinistra, ma come un’area di equilibrio, pragmatismo e dialogo.

Le loro analisi si basano su un dato di fatto: esiste una larga fascia di elettori o di elettorato, soprattutto tra i professionisti, i piccoli imprenditori e i lavoratori del ceto medio, che si sente lontana dalla polarizzazione destra-sinistra. Questi elettori cercano una politica che metta da parte le ideologie e si concentri su temi concreti: il lavoro, la riforma della burocrazia, il sostegno alle famiglie, etc.

La domanda latente per una politica moderata e concreta esiste, ma la storia recente ci insegna che non basta richiamarsi ai valori del passato per riempire questo vuoto. Le esperienze di forze centriste o pseudo liberali come +Europa, Azione e Italia Viva, che hanno faticato a decollare fino ad essere escluse dal parlamento europeo, dimostrano che per conquistare il centro servono proposte chiare, innovative e capaci di mobilitare chi oggi si sente escluso dal sistema.

Mentre a Destra e Sinistra, i partiti ci sono ma chiaramente mossi dall’ideologia, rimangono sguarnite ampie praterie paradossalmente proprio dove le ideologie non muovono le azioni.

Lo spazio politico incontestato

Lo spazio politico più grande, oggi, è forse quello lasciato da chi ha smesso di credere nella politica. Con livelli record di astensionismo – che alle ultime elezioni ha sfiorato il 40%il vero “partito” italiano è quello di chi non vota più. Questo fenomeno riguarda in particolare giovani, ceto medio impoverito e residenti delle aree periferiche, interne e del Sud.

Sempre più italiani scelgono di non partecipare alle elezioni perché spinti da una disillusione profonda verso una classe politica percepita come incapace di rappresentare le loro istanze. Questo fenomeno non riguarda solo i giovani – tradizionalmente meno inclini a votare – ma anche segmenti più ampi della popolazione, che si sentono trascurati in un dibattito politico polarizzato e poco concreto.

Le ragioni di questa sfiducia sono ovviamente molteplici:

  • Scarsa innovazione: Le stesse figure politiche continuano a dominare la scena, proponendo modelli ormai superati e privi di visione.
  • Promesse non mantenute: La distanza tra parole e fatti è diventata un tratto distintivo del sistema politico italiano.
  • Mancanza di rappresentanza corretta dei territori: Aree come il Sud Italia e le aree interne continuano a soffrire di una cronica carenza di attenzione politica. In più, il Nord, sempre più conservatore, sembra ostacolare le spinte verso progresso e innovazione necessarie per il Paese.

Riattivare queste persone significa parlare alle loro necessità: meno slogan e più concretezza su temi come lavoro, sicurezza sociale, innovazione e lotta alle disuguaglianze. Chi saprà conquistare la fiducia di questa fascia di cittadini potrà aprire uno spazio incontestato in politica. La sfida non è per nulla semplice perché l’astensionismo parte da molto lontano, ha radici molto solide e non si risolve di certo in 3 o 4 mesi prima di un elezione.

Quindi, in soldoni: astensionismo record, chi rappresenta gli italiani che non votano più?”

I giovani: un potenziale ignorato

Con questa legislatura, L’Italia è ritornata ad essere uno dei Paesi con la classe politica più anziana d’Europa. L’età media del Parlamento continua ad aumentare, mentre la presenza dei giovani nelle istituzioni resta marginale. Questo disallineamento genera una disconnessione evidente: chi decide non vive le sfide quotidiane delle nuove generazioni, dalle difficoltà di trovare un lavoro stabile all’accesso alla casa.

L’assenza dei giovani si traduce in un’assenza di idee fresche, di visioni innovative e di una prospettiva generazionale che potrebbe contribuire a ridisegnare le priorità del Paese.

Il risultato è un’Italia in cui decisioni cruciali per il futuro vengono prese senza un coinvolgimento reale di chi quel futuro dovrà viverlo.

Qui esiste uno spazio politico immenso, fatto di giovani desiderosi di rappresentanza. Una forza politica che mettesse al centro i bisogni delle nuove generazioni, coinvolgendole attivamente, potrebbe catalizzare un consenso trasversale, ma richiede coraggio e una strategia inclusiva e partecipativa.

La Sinistra e il PD cercano di portarli a bordo ma le proposte sanno di nostalgico e di non moderno: ribellioni, 1° maggio, occupazioni e centri sociali in un mondo digitale e tecnologico e privo di opportunità concrete e di università private sembrano robe un pò anacronistiche, fuori luogo e non vendono alcuna speranza. Modelli di riferimento come influencer si sostituiscono a cantanti e artisti di un tempo. L’individualismo ha superato il senso di community che tra l’altro i social media agli albori incarnavano perfettamente per poi passare all’essenza del proprio profilo e all’utilità di portare avanti sé stessi.

Nord conservatore e Sud dimenticato

La frattura geografica tra Nord e Sud rappresenta un altro spazio inesplorato. Il Nord Italia, con il suo crescente orientamento conservatore, sembra orientato a difendere il proprio status quo, ma fatica a interpretare le necessità di innovazione e progresso di cui il Paese ha bisogno ed è diretto verso la deindustrializzazione che lo colpirà in maniera molto forte sul piano economico e sociale.

In altre parole, il Nord Italia, storicamente motore economico e culturale della nazione, sembra essersi arreso e aver imboccato una strada sempre più conservatrice, in linea con il crescente successo delle forze politiche di destra. Una visione che si scontra con le necessità di un’Italia che, per competere a livello globale, deve investire in ricerca, industrie, digitalizzazione. Questo orientamento, tuttavia, rischia di frenare il progresso necessario in un Paese che necessita di promuovere il cambiamento con innovazione e riforme strutturali.

Al contrario, come evidenziatovi qualche mese fa qui nell’Osservatorio Economia, il Sud continua a essere sottorappresentato, quando non completamente ignorato, dal dibattito politico. L’assenza di strategie a lungo termine per lo sviluppo del Mezzogiorno (come lo chiama Draghi in maniera dispregiativa o del Sud Italia o delle Regioni del sud dell’Italia di Garibaldi del 1861) – che affronta ancora problemi cronici come la disoccupazione giovanile, la mancanza di infrastrutture e il divario educativo – apre uno spazio politico che nessuno sembra voler occupare.

Il Sud Italia continua a essere la grande “questione irrisolta” della politica italiana.

Il risultato è un’Italia divisa in due: un Nord concentrato a proteggere i propri interessi e un Sud abbandonato, con un elettorato sempre più disilluso e in fuga verso altre regioni o Paesi.

Una forza politica capace di parlare tanto al Nord per portarlo ai livelli che può raggiungere quanto al Sud per portarlo agli standard nazionali, trovando un punto di sintesi tra progresso e coesione territoriale, avrebbe un potenziale straordinario.

Quindi, in soldoni sonanti: Chi darà voce al Sud? Chi renderà il Nord innovativo e realmente competitivo? ..Rappresentanza cercasi!..

Mentre il dibattito politico si concentra spesso sui grandi centri urbani, altro vuoto politico si nasconde altrove: nelle aree interne, economicamente depresse e socialmente dimenticate, dove vive una parte significativa di cittadini che si sentono stanchi, disaffezionati e trascurati. È qui che, lontano dai riflettori delle città e dal frastuono della politica nazionale, potrebbe nascere una nuova proposta politica, capace di rispondere alle reali necessità del Paese.

Le aree interne: il cuore pulsante trascurato

L’Italia è un Paese di periferie e province, dove vivono milioni di persone che ogni giorno affrontano sfide enormi: infrastrutture carenti, servizi pubblici insufficienti, mancanza di opportunità lavorative e culturali. Mentre i grandi centri urbani assorbono risorse e attenzione, le aree interne si svuotano, lasciando spazio a un senso di abbandono che alimenta la disaffezione verso la politica.

Queste comunità non sono rappresentate da chi governa dalle grandi città. La classe politica sembra incapace di ascoltare e comprendere le loro esigenze: servizi essenziali, rilancio delle economie locali, connessioni efficienti con il resto del Paese. Ed è proprio qui, in questo vuoto di attenzione e rappresentanza, che si trova un potenziale spazio politico.

Disaffezione e voglia di essere ascoltati a livelli maggiori rispetto alle grandi città

L’astensionismo che cresce non è solo una questione urbana. Nelle province e nelle aree interne, la disillusione verso la politica ha radici profonde. Chi vive in queste zone si sente estraneo alle dinamiche di potere che si sviluppano nei palazzi delle città.

La disaffezione non è sinonimo di apatia. Al contrario, molte persone in queste comunità desiderano essere ascoltate e coinvolte, ma nessuno sembra parlare con loro. Esiste un bisogno di una politica concreta, vicina e capace di offrire soluzioni reali. Chi saprà dialogare con queste persone, intercettandone bisogni e aspirazioni, troverà un terreno fertile per costruire consenso.

Lontano dalle grandi città: il vero spazio per un’alternativa

I grandi centri urbani, dominati dalla polarizzazione ideologica tra destra e sinistra e dall’incapacità delle forze centriste di emergere, non sembrano essere il terreno ideale per una nuova proposta politica. Al contrario, è nelle periferie economiche e sociali che si può costruire qualcosa di diverso.

Questi territori rappresentano il “Paese reale”, quello fatto di piccole imprese, agricoltura, tradizioni locali e resilienza quotidiana. Politiche che puntino a valorizzare questi aspetti, piuttosto che imporre modelli estranei o ideologie calate dall’alto, potrebbero ridare fiducia a chi oggi si sente dimenticato.

Proposte per le aree interne

Una forza politica che voglia conquistare questo spazio deve partire da un’agenda chiara e concreta. Tra i temi centrali:

  • Infrastrutture e connessioni: Investire in trasporti pubblici, rete internet veloce e collegamenti efficienti per ridurre l’isolamento.
  • Rilancio economico locale: Sostenere le piccole e medie imprese, valorizzare l’artigianato e incentivare la transizione ecologica in chiave locale.
  • Servizi essenziali: Garantire sanità, istruzione e assistenza sociale anche nei territori più remoti.
  • Rappresentanza autentica: Dare voce a chi vive nelle aree interne, attraverso consultazioni regolari e candidature che provengano dai territori stessi.
  • Futuro per i giovani: Creare opportunità di lavoro e formazione per evitare lo spopolamento e offrire un’alternativa concreta all’emigrazione verso le città o l’estero

Il ruolo del Sud e delle aree interne

Il Sud Italia, con le sue vaste aree interne spesso dimenticate, è un esempio emblematico. Qui, dove il divario economico con il Nord si fa sentire in modo drammatico, esiste uno spazio immenso per una politica che voglia realmente ridurre le disuguaglianze territoriali. Ma non solo il Sud: anche in molte zone del Centro e del Nord, lontane dai poli industriali e urbani, si riscontrano situazioni simili di abbandono e mancata rappresentanza.

Verso una politica del fare e vicina ai problemi reali e lontana dalle ideologie e dai salotti dei centri urbani

In definitiva, lo spazio incontestato in politica oggi non si trova in una posizione ideologica precisa, ma nella capacità di rispondere ai bisogni concreti degli italiani.

Non vi nascondiamo che i cinquestelle avevano intercettato proprio questo mondo di elettori e di persone di bisogni. Poi, la Lega, più che altro con il linguaggio ma non con i fatti.

S’è poi testato il classico film già visto del Governo Draghi con la classica idea che esiste una persona in grado di risolvere tutti i problemi ADESSO ARRIVA LUI! e risolve tutti i problemi. Niente. Zero. Peggio che andar di notte. Nel discorso iniziale, annuncia che per ripensare il sistema delle tasse bisognerà fare quello che sostiene tal Giavazzi (un ingegnere elettrico che invece di occuparsi di centraline elettriche gioca a fare l’economista (cosa che dovrebbe essere Draghi) e ci suggerisce che bisognerebbe fare come la Danimraca (approccio di un qualsiasi politico..copiare quello che fanno altri paesi perché non si ha la minima idea di cosa fare) facendoci capire che nessuno dei 2 ci capisce e che bisogna copiare altri. Robe da bar della Bovisa.

Serve, quindi, una politica che sappia:

  • Parlare agli esclusi, riattivando chi ha perso fiducia nel sistema.
  • Coinvolgere i giovani, rendendoli protagonisti del cambiamento.
  • Ricucire le fratture tra Nord, Centro e Sud, puntando su innovazione e coesione.
  • Superare la polarizzazione ideologica sinistra – destra, scegliendo pragmatismo e visione a lungo termine.
  • Essere vicina alle aree interne dove il malumore è alle stelle.

Chi avrà il coraggio di colmare il vuoto?

La politica italiana è bloccata, ma non senza speranza. Il vuoto esiste, e lo spazio per un’alternativa è reale. Resta solo da vedere chi e come avrà il coraggio di occuparlo, costruendo un progetto capace di andare oltre gli schemi tradizionali, ascoltando davvero il Paese e rispondendo alle sue sfide con soluzioni credibili e innovative.

Forse, la domanda non è più dove sia lo spazio politico, ma chi sarà in grado di conquistarlo e come.

Anche perché i partiti tradizionali non sono facili da battere. Le barriere all’entrata sono molto alte e forti. Non ce l’ha fatta il M5S che era riuscito a coprire tutti i punti dolenti in maniera incredibile, figuriamoci il prossimo entrante che dovrà affrontare le forche dei media e scontarsi con una politica che ha già triturato il grillismo che ha peccato di esperienza e fortuna a fronte di competenza, visione, soluzioin e motivazione. Poi, va detto che appena entra qualcuno di nuovo che non è ideologizzato si fa di tutto per distruggerlo. La sfida è estremamente ardua ma non impossibile.

Il PD non riesce ad essere progressista e di sinistra fino in fondo. AVS una volta entrato in parlamento ha smesso di essere aggressiva e ha perso un occasione di sostituirsi ai cinquestelle e crescere. La Lega è ormai anacronistica e poco moderna. FI non è mai cambiata. FDI è la Meloni ma non ha ricette forti per rilanciare l’economia e risolvere i problemi del lavoro. Il M5S è troppo schiacciato su posizioni progressiste e non ha più la forza dirompente di un tempo, sembra un pugile suonato.

Qualcuno potrebbe dire, a questo punto: c’è bisogno di civismo?.. mmmm, civismo è sicuramente forte a livello locale. Può attecchire nelle aree interne. A livello nazionale, l’esperienza dice che le liste civiche possono sì arrivare ad un risultato ma hanno vita breve. Il vuoto c’è ma è veramente difficile colmarlo.

Sia come sia, l’Italia si trova, dunque, in una fase cruciale della sua storia politica. La polarizzazione crescente e il vuoto di rappresentanza rischiano di spingere il Paese in uno stallo, aggravato dalla mancanza di fiducia nelle istituzioni.

Chi saprà colmare il vuoto lasciato dalla classe politica attuale potrà intercettare il consenso di un elettorato stanco e disaffezionato ma desideroso di vero cambiamento.

Qui le aree su cui agire:

Ringiovanire la politica. Dare spazio alle nuove generazioni, attraverso percorsi di formazione e coinvolgimento attivo, potrebbe portare idee innovative e una nuova energia nelle istituzioni. Rappresentare il Sud. Elaborare politiche concrete e a lungo termine per il Meridione, non solo per colmare il divario con il Nord, ma per renderlo un vero motore di sviluppo. Proporre visioni di progresso responsabile. Investire su temi come digitalizzazione e lavoro giovanile, civismo superando l’attuale orientamento conservatore che bloccherà l’Italia ancora di più. Ricostruire la fiducia. Politiche concrete, trasparenza e una comunicazione più diretta e autentica possono aiutare a ristabilire un legame con gli elettori. Riavvicinarsi alle aree lontane dalle bolle dei grandi centri urbani.

Il quadro attuale mostra un’Italia che arranca, schiacciata tra polarizzazione, astensionismo e vecchi schemi politici. Per uscire da questa situazione di stallo, è necessario un nuovo approccio che metta al centro le esigenze di tutti i cittadini, dal Nord al Sud, dalle Città alle aree interne depresse, dai giovani agli esclusi dalla politica. Solo così il Paese potrà tornare a guardare al futuro con fiducia e ambizione.

Oggi, lo spazio politico più promettente non si trova nei grandi salotti delle città o nei palazzi del potere, ma nelle valli, nelle colline e nei piccoli paesi interni dimenticati e fra i giovani al sud come al nord in cerca di progresso e opportunità. È lì che batte ancora il cuore di un’Italia che vuole rialzarsi, ma che ha bisogno di ascolto, rappresentanza e interventi concreti.

La sfida è aperta: chi avrà il coraggio di portare la politica fuori dalle città e dai media e di tornare a parlare con il Paese reale in ottica di progresso e sviluppo economico? Il futuro dell’Italia potrebbe dipendere proprio da chi sarà capace di dare voce a chi è stato dimenticato troppo a lungo. Stiamo a vedere.

Davide Scialpi, Direttore Osservatorio Economia