Il declino del mondo delle Startup tra truffe, inganni e troppi fallimenti. L'Italia non è il contesto adatto.

4
Ott

[Analisi] Il declino del mondo delle Startup tra truffe, finzioni e troppi fallimenti. L’Italia non è il contesto adatto.

Cari amici, un saluto dal vostro Davide Scialpi e bentornati nel canale ufficiale dell’Osservatorio Economia.

Eccoci qua con un nuova analisi dedicata questa volta al declino e alla decadenza e alla perdita di interesse reale verso il mondo delle cosiddette Startup. Una parola che, a dirla tutta, oggi genera più diffidenza che entusiasmo.

Vediamo insieme, quindi, le ragioni di questo crollo che sembra essere irreversibile e come siamo praticamente arrivati a questo punto.

Dalle Origini Gloriose alla Speculazione: L’Ascesa e il Declino delle Startup

Partiamo, anzitutto, con un pò di storia di questo mondo e, quindi, col dire che Il mondo vero delle cosiddette startup moderne inizia ad emergere negli anni ’70 e ’80, principalmente nella Silicon Valley. Negli Stati Uniti. Durante questo periodo, il concetto di venture capital e il mondo degli angels comincia a prendere piede, consentendo agli imprenditori di accedere a finanziamenti da fondi o investitori privati o da altre imprese per sviluppare tecnologie innovative, come i computer personali e le prime applicazioni software.

Negli anni ’90, con l’avvento di Internet, si verifica un boom delle startup tecnologiche sempre negli Stati Uniti supportati dall’idea che il modo di lavorare e fare commercio sarebbe cambiato e diventato globale e totalmente digitale e tecnologico. Le aziende online come Netscape e Amazon ottengono valutazioni stratosferiche, attirando ingenti investimenti. Tuttavia, questa crescita è accompagnata da un’eccessiva speculazione, culminando nel crollo della bolla delle dotcom nel 2000. Molte cosiddette dotcom falliscono, ma l’ecosistema imprenditoriale comincia a consolidarsi insieme al fatto che Internet non era morta ma solamente all’inizio del suo percorso evolutivo che s’è consacrato ed esploso con le tecnologie Web 2.0 che hanno realmente abilitato alla globalizzazione e al cambiamento del modo di lavorare e raccogliere informazioni e fare business e commercio stravolgendo il modo in cui prendiamo decisioni personali, professionali e d’acqusito everywhere.

In tal senso, iniziative come Facebook, Myspace, YouTube, Google, Yahooo, Amazon e Twitter emergono, ridefinendo il modo in cui le persone interagiscono online, e con queste iniziative emergono nuovi modelli di business relativi che si definiscono nel tempo.

Questo periodo vede anche un aumento del numero di incubatori e acceleratori privati, che, sulla base della diffusione di queste nuove imprese basate fondamentalmente su siti o app, incitano al seguire la medesima strada vendendo supporto e mentorship a idee di prodotto e servizio potenzialmente valide per la costruzione di nuovi business similari.

Da qui, nel resto del mondo, si inizia, però, un pò banalmente e un pò perché la voglia di emulare e scimmiottare il modello americano tanto pompato e un pò per speculare o trovare un modo per ottenere soldi da altri con qualcosa di nuovo per presunti supporti si diffonde l’idea che sia una roba facile ed automatica contribuendo così a moltiplicare luoghi di finzione e inganno nonché relative finte startup.

Come in tutte le cose, quando il contesto si riempie di illusioni, mangiatori di fuoco e finzioni a pagarne è il sistema stesso che nel lungo cade e inizia a peccare di credibilità e fiducia fino ad implodere e ad essere scansato come la peste.

Ed è quello che, cari amici, è successo e sta accadendo con il mondo delle startup e dove in pratica siamo arrivati oggi.

In tal senso, è importante, però, capire da dove parte l’inganno che porta a tale implosione e perdita di fiducia.

Il Mito della Startup: Un’Illusione pericolosa mascherata da Innovazione

Il problema semantico: “startup” è più bello di “impresa

Un grande inganno che ha contribuito al declino delle startup è la confusione tra il concetto di “startup” e quello di “impresa”. Fare una startup non è diverso dal fare impresa, ma il termine è stato gonfiato per far sembrare l’imprenditorialità una sorta di magia facile. La verità è che una startup è solo una fase iniziale di un’impresa, non un’entità legale. Continuare a parlare di “startup innovative” ha distorto la percezione del pubblico e creato aspettative irrealistiche, portando molte persone non imprenditori ad avventurarsi in iniziative imprenditoriali senza badare a quello che significa realmente fare impresa e a fallire clamorosamente mettendosi anche nei guai da più punti di vista.

Rebrandizzare il concetto d’impresa con quello di startup è forse stato uno dei raggiri più forti e uno di quegli elementi che ha portato al declino di questo mondo.

Far credere che fare una startup sia diverso da fare impresa portando le persone ad avventurarsi in cose molto più complicate di quelle che sono per poi ritrovarsi con beni confiscati e il conto corrente a zero e in mezzo ad una strada è stato uno dei punti dolenti. Una suggestione abominevole.

Per noi, ve lo diciamo, le startup non esistono. Esistono solo le imprese. Chi vi vende invece questo concetto di startup innovative in luogo di quello di imprese, vi sta raggirando in nome di una parola tradotta male dal mondo Americano: un idea innovativa di fare una determinata attività innovativa che si cerca di tradurre in un business prodotto / servizio proposto ai mercati tramite in un impresa, un entità legale. E’ quindi più una fase – un concetto. Ma non un entità legale.

Capite bene che se uno sta sviluppando un attività o un idea di business sta sviluppando un idea di business ma non è né una startup nè un impresa. Allo stesso modo se uno fa un impresa fa un impresa, non fa la startup.

Da qui s’è iniziato a categorizzare qualsiasi forma di iniziativa o nuova imprenditoria, apertura di nuove aziende, come startup in nome dell’uso di tecnologia o innovazione inesistente scatenando il corto circuito del sistema.

Quando si categorizza la creazione di nuove imprese normalissime come startup si sta e ci si sta ingannando. Si tratta di nuove imprese.

Se si parte con l’idea di gestire un impresa la sfida diventa più dura ma più chiara e realistica.

Personalmente e francamente, ho fatto e faccio impresa e lavoro con multinazionali da tantissimi anni ma non ho mai fatto startup né ho preso parte a startup perché le ho sempre ritenute fuffa e inganno e robe non sicure e la categorizzazione è anche un pò poco indicativa degli sforzi di chi fa impresa. Un mondo che ormai è diventato sinonimo di personaggi e teorie fuffa, truffe, fallimenti e inganni di tutti i tipi.

L’Hype del fare la startup: Il mito infranto tra truffe, fallimenti e speculazione

Il mondo imprenditoriale, negli ultimi 15 anni, s’e’, quindi, caratterizzato per questa hype del voler proporci a tutti i costi il modello delle startup come modello per competere, vendendonci tutte le aziende – imprese che nascono sono startup.

Modello non basato su vere e proprie invenzioni rivoluzionari in termini di prodotto e servizio ma falsamente riprodotto principalmente nel dire noi facciamo le stesse cose ma con meno personale o in maniera più intelligente e quindi sostenendo meno costi fondamentalmente. Trattasi di un mero approccio Lean all’imprenditoria con un approccio comunicativo aggressivo e irriverente.

In più, come in tanti campi, c’è chi cerca di prendere scorciatoie: mettere 4 o 5 ragazzi insieme, fare delle foto simpatiche e antitetiche rispetto alla classica grande azienda e dichiarare di essere innovatori dirompenti del mercato con le solite fake pr proponendo sostanzialmente le stesse cose e’ stato un pò il leif motiv per poi dover chiudere dopo 2 o 3 anni non riuscendo a restituire soldi agli investitori che avevano più che altro creduto nel poter mettere in piedi un business profittevole più che nella rivoluzionarietà dell’idea in sé.

Francamente, qualcosa di molto stucchevole non fosse altro perché si’è trattato solamente di un modo di proporsi al mercato sperando di ottenere o sottrarre disperatamente clienti a chi già ce li ha ma senza deliverare alcun extra valore rispetto a quello offerto dai player di una determinata industry.

A questo poi nel tempo si sono aggiunte le Università che, salvo nei rari casi di Stati Uniti, Inghilterra, Germania e in China o in altri paesi Anglosassoni , hanno messo a punto incubatori volti più che altro a fingere di essere concreti per nascondere l’inconsistenza e la vetustà dei loro corsi di laurea dal punto di vista pratico in quanto basati oltremodo su propaganda ideologica di sinistra che quindi allontana dalla realtà e per portare avanti interessi personali di carriera e in altri casi imprenditoriali o per cercare finanziamenti pubblici volti a pagare il proprio stipendio e finanziare le proprie attività e nient’altro.

Ormai, appena si sente la parola incubatore di startup universitari, pubblici o anche privati, tutti si voltano e scappano via perché l’inganno è pronto per essere servito. Venditori di fuffa è l’associazione più forte.

Gli altri aspetti che hanno portato tutti a dubitare di questo mondo è che fondamentalmente se chiedi dei soldi a qualcuno che non conosci poi ne rimani schiavo. Quindi, questo mondo dei venture capitalist o dei finanziatori che fondamentalmente entrano nella tua impresa e di cui rimani ostaggio non è il massimo della vita. Meglio non avere gente che entra in casa tua e ti dice cosa fare.

A questo si aggiunge la propensione di queste startup che altro non sono che nuove imprese che non propongono nulla di nuovo è il millantare di rivoluzionare mondi tramite pr della finzione mostrandosi dinamici e irriverenti rispetto al modo comunicare e di proporsi dei player del settore che cercano invece di comunicare in maniera concreta, algida e istituzionale più che altro serietà o offerte competitive per convincere.

Questo gonfiare il nulla poi ad un certo punto porta allo scoppio.

Vediamo, quindi, casi e dati per divertirci ad analizzare la decadenza di questo mondo.

Dati Negativi e Trend Preoccupanti

Secondo un rapporto di CB Insights, quelli che avevano spiegato le ragioni del perché le startup falliscono, nel 2022 il numero di startup che hanno chiuso i battenti ha raggiunto un picco preoccupante. Circa il 70% delle startup fallisce entro i primi cinque anni, un dato che ha destato preoccupazione tra investitori e imprenditori. Inoltre, un’analisi di PitchBook ha rivelato che gli investimenti in venture capital sono diminuiti di oltre il 30% rispetto ai livelli record del 2021, suggerendo un disimpegno da parte degli investitori. Nel 2023 circa 3.200 startup negli Stati Uniti hanno cessato le loro attività, con un capitale di rischio di 27,2 miliardi di dollari investiti. Questo rappresenta un aumento significativo rispetto agli anni precedenti e suggerisce che la crisi è notevole e ben lontana dal risolvers in pochi anni.

Partiamo in tal senso col dire che se parliamo di nascita di nuove imprese, bè durante il Covid, tra il 2020 e il 2021 negli Stati Uniti, ne sono nate veramente ma per motivi di necessità e non per una vera e propria creazione di idee rivoluzionarie a fronte di altre altrettante chiusure. In Italia, invece, un vasto numero di imprese hanno chiuso in quanto già imprese morenti o boccheggianti e ancora adesso si vedono più chiusure che aperture.

Per conseguenza, quando si parla di startup bisogna per forza analizzare i contesti e le culture dei territori dei paesi. Negli Stati Uniti c’è resiliienza in tempi di crisi conclamata. In Italia, invece, collassa tutto e poi difficilmente se ne viene fuori. Non è chiaramente un paragone attendibile perché sono mondi diversi. Gli USA sono il mondo della globalizzazione ed è più facile l’apertura di imprese dal punto di vista burocratico. L’Italia no. Quindi, ci sono più probabilità di avere successo o per lo meno di proporsi non solo nel paese di origine ma anche altrove. Cosa che per un azienda italiana è più difficile essendo le condizioni in cui si opera sono letterlamente più complicate che negli Stati Uniti che nell’Inghilterra o altri paesi che sono più pro-business.

Questo guardare però alle aziende che nascono non deve essere non abbinato all’analisi delle aziende che chiudono.

Il Tasso di Fallimento è altissimo.

Nonostante il glamour e quindi la cosmesi che circonda il mondo delle startup, i numeri raccontano una storia diversa. Statistiche recenti indicano che circa il 90% delle startup fallisce, e questo tasso è stato costante nel tempo. Le ragioni di questo insuccesso sono molteplici, dalla mancanza di un mercato reale alla cattiva gestione finanziaria, passando per modelli di business poco solidi e problemi di management interni e marketing e management skills shortage nonché lunga esperienza nel campo da parte dei fondatori con annessi problemi di ego tra di essi.

Ricordo di aver affrontato queste ragioni del fallimento insieme ad un professore dell’Harvard Business School in un iniziativa da me lanciata worldwide durante il covid.

La notizia dell’emergere di aziende come SimpleClosure, che si occupano di assistere altre aziende nella chiusura, evidenzia un lato poco esplorato ma crescente dell’ecosistema delle startup: la propbabilità di fallimento molto alto. E quindi, l’esigenza di un fallimento strutturato e gestito.

In altre parole, mentre il mito delle startup di successo dominava il discorso pubblico negli ultimi decenni, ora il mercato sta vedendo una nuova tendenza in cui le aziende che falliscono sono una costante e triste realtà in aumento.

Per carità, nulla di nuovo anche qui perché molto banalmente della chiusura di un impresa se ne occupano i chartered accountants. Gli stessi che la aprono e ti supportano nell’avviarla.

Queste nuove imprese, come SimpleClosure, rispondono a un bisogno specifico: aiutare le startup a chiudere in modo ordinato e a gestire i vari aspetti legali e finanziari del fallimento. Le ragioni dietro questa domanda crescente sono molteplici:

  • Saturazione del mercato: Con migliaia di startup negli Stati Uniti nate negli ultimi anni, spesso con modelli di business simili o poco differenziati, molte non riescono a sopravvivere in un mercato competitivo e sono costrette a chiudere.
  • Speculazione e valutazioni gonfiate: Come accennato in precedenza, molte startup hanno ricevuto ingenti finanziamenti basati su promesse ambiziose piuttosto che su fondamentali solidi. Quando queste promesse non si concretizzano, il crollo è inevitabile.
  • Cambiamenti del mercato: La pandemia e altri eventi globali come le crisi energetiche e inflattive hanno profondamente modificato le condizioni economiche, mettendo a dura prova le startup che non hanno potuto adattarsi e resistere agli scossoni che affliggono il mondo imprenditoriale.
  • Pressione degli investitori: Gli investitori stanno diventando sempre più selettivi, concentrandosi su startup con modelli di business sostenibili. Questo porta a una maggiore pressione per chiudere rapidamente le aziende che non riescono a dimostrare valore.

Ciò che emerge è, dunque, una sorta di “industria dei fallimenti”, in cui aziende specializzate in questa fase di vita della startup aiutano le startup a chiudere in modo più efficiente e dignitoso, assistendo i fondatori nel liquidare gli asset, saldare i debiti e, se possibile, restituire parte del capitale agli investitori.

Questo servizio, sebbene triste per certi versi, rappresenta una fase naturale dell’ecosistema delle startup, in cui non tutte le imprese sono destinate al successo, e la gestione del fallimento diventa cruciale per chiudere le attività senza ulteriori danni.

Ma voi direte: Ma perché ci stiamo soffermando sul successo di queste startup di “liquidazione” che altro non equivalgono ai nostri commercialisti?

Perché questo trend dimostra come il ciclo di vita delle startup includa sempre più spesso il fallimento come un esito atteso. Tuttavia, se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, questo fallimento non viene più visto come un semplice fallimento personale o aziendale, ma come un’opportunità per imparare e ripartire perché s’è notato che molti di questi fondatori si lanciano in altri progetti. Questo ciclo continuo di nascita, crescita e fallimento è parte integrante della Silicon Valley e dell’ecosistema delle startup.

Crisi d’Impresa di cui si occupano gli Studi Commerciali – Commercialisti in Italia. Gli stessi con cui si partecipa alla creazione dell’impresa sul piano formale – legale insieme ad altre figure che in altri paesi però non esistono.

Ma noi ci chiediamo: che senso ha fare un impresa se sai già che fallirai? Imparare qualcosa ma rischiando tanto? Non ha molto senso.

Vi suggeriamo di non agire in questo senso per non incappare in situazioni estremamente gravi e spiacevoli dal punto di vista legale e finanziario che mettono a repentaglio la vostra vita.

Il Fenomeno delle “Scatole Vuote”

Un’altra problematica significativa è emersa con l’emergere di imprese vendute come rivoluzionarie, ma che si sono rivelate essere poco più di “scatole vuote”. Queste aziende, spesso sostenute da investimenti enormi, presentavano una facciata di innovazione senza sostanza. Molti fondatori hanno utilizzato strategie di marketing aggressive per attirare investimenti, promettendo soluzioni a problemi complessi senza avere in realtà un prodotto o un servizio valido.

Truffe ed Inganni

Il panorama delle startup non è stato e non è immune da truffe. Sono emerse pratiche ingannevoli, come la creazione di modelli di business falsi per attrarre investitori. Alcuni fondatori hanno anche manipolato le valutazioni delle loro aziende per apparire più promettenti di quanto non fossero in realtà. Questa cultura del “fare bella figura” ha eroso la fiducia nel settore, rendendo più difficile per le startup legittime ottenere finanziamenti.

La storia di Theranos, fondata nel 2003 da Elizabeth Holmes, è diventata emblematica del lato oscuro del mondo delle startup. Una vera e propria truffa. Holmes, all’epoca 19enne, promise di rivoluzionare il settore sanitario con una tecnologia in grado di eseguire centinaia di analisi del sangue con una sola goccia prelevata dal polpastrello. La startup raccolse oltre 700 milioni di dollari da investitori e raggiunse una valutazione di 9 miliardi. Tuttavia, nel 2015, un’inchiesta del Wall Street Journal rivelò che la tecnologia era inefficace e le analisi svolte con il dispositivo erano inaccurate. Holmes, insieme al suo partner e COO Sunny Balwani, è stata accusata di frode per aver ingannato investitori e pazienti. Theranos ha cessato le attività nel 2018, e Holmes, una volta la prima miliardaria della Silicon Valley, ha perso tutta la sua fortuna.

Un Eccesso di Ottimismo e di Promesse irrealizzabili

La frenesia che ha circondato le startup ha alimentato un ottimismo ingiustificato. Molti imprenditori, spinti dall’idea di emulare successi come quelli di Facebook, Google e Amazon, hanno avviato imprese con la convinzione che bastasse un’idea originale per ottenere finanziamenti e successo. Questo ha portato a una proliferazione di startup, ma anche a una cultura che premiava l’innovazione superficiale piuttosto che modelli di business sostenibili.

Venendo però ai casi concreti, negli ultimi anni, le startup hanno vissuto un drammatico declino, perché, pur essendo note al pubblico, si sono ritrovate incapaci di mantenere le promesse fatte agli investitori (venture capitalists). Il fenomeno ha portato a bruciare tanto denaro senza precedenti, con ingenti somme investite in idee che, alla prova dei fatti, non hanno retto alla dura realtà del mercato.

I casi eclatanti, la crisi del venture capital e i trend nelle varie parti nel mondo

La crisi delle startup si manifesta in numeri impressionanti. L’economia americana sta assistendo a una moria di start-up senza precedenti con il numero di nuove insolvenze di aziende nate come promettenti cresciuto in un anno del 60% e circa 250 fallimenti già constatati tra le aziende sostenute dai fondi di venture capital in cerca di scommesse vincenti nell’economia a stelle e strisce e giunte alla fine del processo di iniezione iniziale di denaro

Ad esempio, Hopin, piattaforma per eventi virtuali che durante la pandemia ha visto una rapida crescita, ha raccolto oltre 1,6 miliardi di dollari e raggiunto una valutazione di 7,6 miliardi di dollari. Tuttavia, ad agosto 2023, la sua attività principale è stata venduta per soli 15 milioni di dollari, un crollo vertiginoso rispetto alle aspettative iniziali. Allo stesso modo, Zeus Living, una startup del settore immobiliare, ha raccolto 150 milioni di dollari, ma è stata costretta alla chiusura a fine 2023. Plastiq, una fintech che aveva ottenuto 226 milioni di dollari in investimenti, è fallita a maggio 2023.

La situazione di Bird, una startup di micromobilità con una delle storie più note, è altrettanto emblematica. Dopo aver raccolto 776 milioni di dollari per i suoi scooter elettrici, l’azienda è stata cancellata dalla Borsa di New York a causa del crollo delle sue azioni, con una capitalizzazione di mercato di soli 7 milioni di dollari.

Per non dimenticare il caso WeWork. WeWork raccolse più di 11 miliardi di dollari di finanziamenti come società privata. Ha avuto un approccio volto a gonfiare la sua immagine rispetto a quello che è la reale innovazione del suo modello di business e di quello che fa, legato fondamentalmente a servizi di coworking ed affitto di spazi e quindi nulla di nuovo. Olive AI, una start-up del settore sanitario, 852 milioni di dollari. Convoy, una start-up di trasporto merci, 900 milioni di dollari. E Veev, una start-up per la costruzione di case, 647 milioni di dollari. Queste startup hanno tutte dichiarato bancarotta o chiuso i battenti. Sono i più recenti fallimenti di un crollo delle start-up tecnologiche che, secondo gli investitori, è solo all’inizio.

Molte startup hanno dovuto effettuare corposi licenziamenti. Tra loro c’è Robinhood, quotata nel luglio 2021 a una valutazione di 32 miliardi. Da allora ha perso i tre quarti del suo valore, ha tagliato il 9% del personale ad aprile 2022, poi quasi un quarto ad agosto 2023.

Pur di ottenere capitali, diversi imprenditori si sono rassegnati a valutazioni più basse rispetto ai round di finanziamento precedenti. Nel 2021 la svedese Klarna era la fintech con il più alto valore in Europa: più di 45 miliardi di dollari, che a luglio sono diventati 6,7. Il titolo è passato a Checkout.com, valutata 40 miliardi a gennaio 2022. Poche settimane fa, secondo il Financial Times, la stessa società ha ridotto la valutazione a 11 miliardi.

Questo fenomeno dimostra come il settore delle startup sia passato da un’epoca di crescita e investimenti aggressivi a una fase in cui molte aziende non riescono a sostenere le loro ambiziose valutazioni. Gli investitori, infatti, non si fidano più delle promesse di crescita indefinita e sono sempre più selettivi, decidendo chi salvare e chi abbandonare. Questa selezione forzata spinge molte aziende, che fino a poco tempo fa sembravano avere un futuro radioso, a dover chiudere o vendere. Il che rende questo un mondo molto volatile e sempre meno affidabile.

Le cose non vanno bene neanche in Cina. Il numero di nuove imprese avviate ogni anno in Cina è crollato, così come è implosa la raccolta di fondi da parte delle società di venture capital cinesi. Un recente rapporto del ‘Financial Times’ ha descritto il disastroso panorama delle startup cinesi, con fondatori, investitori e Vc che hanno rilasciato commenti sconfortanti.“ L’intero settore è morto sotto i nostri occhi”, ha dichiarato al FT un dirigente di Pechino. “Lo spirito imprenditoriale è svanito. È molto triste da vedere”.

Il venture capital e le startup, in Italia, non se la passano bene. I numeri sono in calo. Nel secondo trimestre 2024 sono stati spesi 228 mln di euro in 69 round d’investimento: meno soldi rispetto ai tre mesi precedenti, mentre nel semestre rimangono agli stessi livelli (bassi) rispetto agli ultimi sei mesi del 2023. Le cause del crollo sono negli effetti dell’inflazione da crisi energetica e da tassi di interesse elevati.

Nel primo semestre 2024 sono stati raccolti 671 milioni di euro in 177 round. Per fare un paragone, nello stesso periodo di tempo la Francia ha raccolto 4 mld di euro, la Gran Bretagna 8,7, la Spagna 800 mln.

Le cause di tale diminuzione degli investimenti vanno a ricercarsi nel più ampio contesto del mondo finanziario: 

  • alta incertezza finanziaria e politica causata dalla guerre e le relativa crisi inflattiva.
  • stretta delle grandi Banche Centrali all’economia;
  • rialzi dei tassi di interesse per contrastare l’inflazione;

Questa analisi ci fa comprendere che per gestire un impresa servono forti competenze sia imprenditoriali che di management che di marketing che molte volte non ci sono o ci sono in parte.

Le startup possono crescere solo se il contesto culturale territoriale ed economico lo permette.

Il Contesto Italiano attuale non è adeguato per il mondo startup

Condizioni Economiche Avverse: La recessione economica in Europa con la Germania che è caduta da più punti di vista, l’aumento dei prezzi al consumo o un possibile futuro aumento dei tassi di interesse possono ridurre la disponibilità di capitali e il potere d’acquisto dei consumatori, creando un ambiente sfavorevole.

Mercati Saturi: Entrare in mercati già saturi, dove esistono numerosi player consolidati, rende difficile l’ingresso e la crescita. In questi casi, le startup possono trovare difficoltà a guadagnare quote di mercato. Le barriere all’entrata sono molto alte. Operare in quesi ambiti diventa oltremodo rischioso e pericoloso.

Regolamentazioni Stringenti: Settori altamente regolamentati, come quello della salute, tech o della finanza, presentano barriere all’ingresso elevate, rendendo difficile per le nuove aziende navigare il contesto normativo.

L’Italia non è un posto sano dove le startup possono attecchire e avere successo. Non ci sono le condizioni.

Il Manto Imprenditoriale Italiano non aiuta

Il mondo imprenditoriale Italiano presenta diverse sfide che possono rendere difficile per le startup prosperare. Ecco alcune delle principali ragioni:

Burocrazia Complessa: L’Italia è nota per la sua burocrazia lenta e complessa. Per le startup navigare attraverso procedure lunghe e complicate può rallentare il loro avvio e sviluppo. Gestire gli adempimenti amministrativi di una srl è piuttosto noioso e pesante.

Accesso Limitato ai Finanziamenti: Sebbene ci siano fondi di venture capital e finanziamenti pubblici, l’accesso ai capitali è spesso limitato rispetto ad altri paesi. Gli investitori possono essere più cauti e riluttanti a investire in startup non consolidate.

Mercato Ristretto: Il mercato italiano è relativamente piccolo rispetto ad altre economie, limitando le opportunità di crescita per le startup. Questo può rendere difficile scalare e raggiungere un pubblico più ampio e fare numeri.

Cultura Imprenditoriale Ristretta: La cultura imprenditoriale in Italia è meno sviluppata rispetto a paesi come gli Stati Uniti. C’è una maggiore avversione al rischio e una minore tolleranza per il fallimento, il che può scoraggiare l’innovazione e rendere difficile la penetrazione dei mercati. Gli investimenti vengono fatti principalmente e razionalmente nel mondo immobiliare.

Cultura Nazionale poco progressista: Tradizionalmente l’Italia è un paese molto conservatore. Poco incline alle novità. Sempre pronto ad impedire e bloccare il cambiamento verso il progresso. La Lombardia, pur essendo una regione a vocazione imprenditoriale (anche se sempre meno per via della Deindustralizzazione in corso), è molto conservatrice. Il che la rende poco appealing per queste realtà a differenza di Germania e Svizzera dove si prova la qualsiasi.

Accesso Limitato ai Fondi: In un contesto in cui gli investitori diventano più cauti, le startup possono trovarsi senza finanziamenti necessari per crescere e innovare.

Tasse Elevate: Il carico fiscale può essere oneroso per le startup, che spesso operano con margini di profitto ridotti. Le tasse elevate sui redditi e le imposte sulle società possono limitare le risorse disponibili per reinvestire nella crescita.

Infrastrutture Limitate: In alcune aree, le infrastrutture possono non essere all’altezza, rendendo difficile per le startup accedere a risorse cruciali come internet veloce e servizi di trasporto efficienti.

Difficoltà di Internazionalizzazione: Le startup italiane possono trovare difficile espandersi oltre i confini nazionali a causa di barriere linguistiche, culturali e burocratiche. Questo limita le opportunità di crescita e di diversificazione del mercato nonché di scaling up.

Settori Tradizionali Dominanti: L’economia italiana è caratterizzata da settori tradizionali, come la manifattura e il turismo, che possono essere meno aperti all’innovazione. Le startup innovative potrebbero avere difficoltà a inserirsi in un contesto così conservatore.

Carente Supporto Istituzionale e Universitario: Sebbene ci siano iniziative per supportare le startup, il supporto istituzionale può essere frammentato e poco coordinato. Manca una rete di sostegno robusta e seria per guidare le startup nelle prime fasi di sviluppo. Nel mondo istituzionale, le persone non tendono ad essere inserite per meriti e competenze. Questo peggiora le condizioni del terreno di gioco, come si dice.

Sfiducia negli Investimenti: La mancanza di una storia di successi significativi nel panorama delle startup italiane può portare a una sfiducia generale negli investimenti in nuove imprese, creando un circolo vizioso difficile da rompere.

Il Governo Meloni ha tagliato il fondo alle startup perchè ritiene, come lo riteniamo noi, che lo Stato non debba intervenire in economia. L‘Italia è un paese con tantissime aree a fallimento di mercato, estremamente burocatrico, estremamente influenzato dalla Politica, e poco incline a supportare la libera impresa.

Queste sfide rendono il contesto italiano particolarmente difficile per le startup, richiedendo una pianificazione attenta e una strategia solida per navigare in un ambiente così complesso.

Non è un caso che non riusciamo qui a darvi un esempio di startup che ha avuto successo e s’è trasformato in qualcosa di solido. Facciamo veramente fatica.

Come identificare chi vuole truffare nel mondo delle startup in Italia diventa cruciale

Nel mondo delle startup, dove le narrazioni sono spesso piene di entusiasmo e ambizione, può essere difficile distinguere le opportunità autentiche dalle promesse vuote o ingannevoli. Ecco cinque segnali chiave che possono aiutare a identificare chi potrebbe volerci prendere in giro:

Valutazioni gonfiate e non giustificate

Se una startup ha una valutazione incredibilmente alta senza una base solida o una chiara dimostrazione di ricavi, è un segnale di allarme. Spesso, dietro le valutazioni gonfiate si nascondono strategie di marketing aggressive e non dati reali. Un’azienda che vale miliardi ma che genera pochi ricavi o profitti sta probabilmente basando il suo valore su ipotesi future irrealistiche.

Segnale d’allarme: Valutazioni multimiliardarie con entrate minime o non dimostrate.

Eccessiva enfasi sul futuro e non sui risultati concreti

Le startup truffaldine tendono a parlare continuamente delle loro proiezioni future e di quanto sarà straordinario il loro prodotto, ma forniscono pochi dati concreti sul presente. Se una startup parla molto di ciò che farà “domani” senza mostrarti cosa ha fatto “oggi”, potrebbe nascondere il fatto che non ha raggiunto i risultati sperati.

Segnale d’allarme: Promesse continue sui risultati futuri senza prove di traguardi già raggiunti.

Modello di business poco chiaro o eccessivamente complesso

Se il modello di business è difficile da capire o sembra intenzionalmente complicato, è probabile che stiano cercando di confonderti. Le startup solide sanno spiegare il loro modello di business in modo semplice e trasparente. Se chi ti parla evita domande chiave o risponde con vaghezza, potrebbe esserci un problema.

Segnale d’allarme: Un modello di business che nessuno riesce a spiegare chiaramente.

Troppe parole, poche prove

Un altro segnale importante è l’assenza di prove tangibili. Se la startup parla continuamente di partnership, clienti, o collaborazioni di alto livello ma non fornisce nomi, contratti o numeri concreti, è probabile che ci sia qualcosa che non va. Le startup serie sono pronte a mostrare risultati concreti, numeri di vendita, o feedback di clienti.

Segnale d’allarme: Nessuna prova concreta a supporto delle affermazioni.

Investimenti eccessivi in marketing e immagine, poco sui prodotti

Se una startup sembra spendere la maggior parte delle sue risorse in pubblicità, eventi di marketing glamour o imponenti sedi di lavoro, ma non mostra chiari progressi nel prodotto o nel servizio, è un segno di squilibrio. Molte truffe e startup deboli puntano tutto sull’apparenza piuttosto che sulla sostanza, cercando di impressionare investitori e clienti con lo spettacolo.

Segnale d’allarme: Spese ingenti per immagine e marketing senza sviluppo di prodotto.

Incubatori che millantano con ranking o certificazioni di essere numeri 1 al Mondo o presunti network e altro non sono che venditori di spazi di coworking

E’ chiaro che in questi casi si sta prendendo in giro chiunque in stile Ferragni con comunicazioni ingannevoli. Chi vi vende, poi, relazioni, pseudo network, vi prende in giro perchè le relazioni, i network, sono cose intangibili che non esistono. Non ci sono garanzie.

Segnale d’allarme: finti award, certificazioni finte di risultati non veritieri, professionisti non competenti magari che prima facevano gli hr, head hunter o burocrati, dirigenti (frustrati) che ricoprono altre cariche in altri enti o società private. Brandizzano aziende esterne normalissime e le vendono come startup. Vogliono entrare nel vostro business. Vi propongono mentor che sono persone che sono fuori dal mercato del lavoro. E in più vi vogliono vendere spazi di coworking al grido di “Switch to product, eh, Switch to product!!!”. Tante magliette personalizzate con slogan di empowerment ed entusiasmo gratuito da foto di Villaggi Turistici degli anni 90!

In un ecosistema che celebra l’innovazione e la crescita veloce, non è raro che alcune startup cerchino di vendere illusioni piuttosto che realtà. Prestare attenzione a questi cinque segnali vi aiuterà a evitare di essere ingannati da false promesse e a riconoscere chi sta davvero costruendo valore nel lungo termine.

Il mondo delle startup sta registrando una crisi di fiducia e di credibilità. Per i prossimi anni sarà molto dura.

Chiudiamo con delle conclusioni un pò forti: se pensate di lanciare una startup in Italia, evitate!

Davide Scialpi, Direttore Osservatorio Economia