[Analisi] Aree interne e riequilibrio territoriale: cause strutturali, opportunità emergenti e modelli di governance necessari

Cari amici dell’Osservatorio Economia, un saluto dal vostro Davide Scialpi.
Come sapete, qualche tempo fa. Esattamente un anno fa, fine Gennaio 2025, vi proponevamo un analisi strutturata sul problema delle aree interne come spazio scoperto politicamente. Se volete, potete leggerla qui
Oggi siamo, o sono, qui nuovamente a parlarne per riporre l’accento sulla questione perché il problema delle aree interne italiane non può essere letto come una semplice dinamica demografica o come l’esito “naturale” di processi di urbanizzazione.
Come abbiamo sostenuto già al tempo, siamo di fronte ad una questione strutturale che intreccia economia, istituzioni, infrastrutture e rappresentazione pubblica del territorio. Che la politica non riesce a risolvere o non sa come risolvere per tutta una serie di ragioni.
Le aree interne non sono marginali per vocazione, ma lo sono diventate, col tempo, per effetto di scelte cumulative che hanno progressivamente ridotto accessibilità, capacità amministrativa, investimenti economici, identità dei territori e rappresentanza politica.
Certo, va detto, non mancano le opportunità per il rilancio che devono essere però cavalcate nel modo corretto.
In tal direzione, le Opportunità Emergenti più sottovalutate sono quelle che si muovono tra Università e Mobilità. Partiamo subito da elementi positivi.
Nel Dossier Università 2025 dell’Osservatorio Economia abbiamo rilevato un dato di forte discontinuità rispetto al passato: un aumento significativo delle iscrizioni presso università regionali o provinciali e presso le università telematiche, a fronte di una decrescita sempre più forte delle università dal nome noto e prestigioso localizzate nei principali centri urbani di Milano e Roma (sempre più percepite come centri di potere autoreferenziali e dalla narrativa ingannevole più che come luoghi di competenza e intellighenzia diffusa, anche a causa di ripetuti scandali, indagini e criticità di governance che ne mettono e hanno messo in discussione il modello e accelerato un processo di disaffezione verso il sistema tradizionale e favorito l’espansione di modelli universitari alternativi, territoriali e digitali).
Questa tendenza è il risultato di una pluralità di fattori strutturali:l’aumento del costo della vita nelle grandi città, il caro affitti, la congestione urbana, la difficoltà di accesso ai servizi abitativi, qualità dichiarata mediaticamente attraverso ranking ma non reale nella pratica nonché una maggiore accettazione sociale e istituzionale della formazione decentrata e digitale anche come conseguenza della pandemia. In altre parole, la centralità obbligata delle grandi città nel percorso universitario sta progressivamente venendo meno.
E’ un dato e un fatto che la centralità obbligata delle grandi città nel percorso universitario sta progressivamente venendo meno
Questo fenomeno, spesso letto e urlato come un segnale di crisi del sistema universitario tradizionale, specialmente da Rettori delle grandi città metropolitane che vivono di emigrazione universitaria dalle Province, dalle aree interne del Nord, Centro e Sud Italia, può invece rappresentare una leva strategica per il rilancio delle aree interne e di quei territori abbandonati e ignorati, se adeguatamente accompagnato da politiche pubbliche coerenti. Le università regionali e provinciali, così come i poli universitari diffusi e i modelli ibridi tra presenza e digitale, possono diventare nuovi presìdi di capitale umano, contribuendo a rallentare e in alcuni casi ad invertire i processi di spopolamento.
Il rischio, tuttavia, è che questa dinamica resti spontanea e disordinata, senza tradursi in sviluppo territoriale. Senza infrastrutture, servizi, trasporti e connessioni, la crescita delle iscrizioni rischia di rimanere un fatto puramente statistico, privo di ricadute economiche e sociali sui territori.
Un discorso analogo ma connesso a questo riguarda le infrastrutture di mobilità, in particolare il sistema aeroportuale. Storicamente, l’apertura e il potenziamento degli aeroporti sono stati quasi esclusivamente legati ai grandi centri urbani e alle aree metropolitane, rafforzandone ulteriormente la centralità economica e simbolica. Eppure, in un Paese come l’Italia, caratterizzato da una forte frammentazione e diversità territoriale e paesagistica, una strategia mirata di aeroporti regionali e di collegamenti rapidi potrebbe ridurre l’isolamento di vaste aree interne, rendendole più accessibili a studenti, lavoratori, imprese e flussi turistici qualificati. Pensiamo alle forti potenzialità per aree del Sud Italia.
Università decentrate-di prossimità e infrastrutture di mobilità non devono essere lette come politiche settoriali, ma come componenti di una strategia integrata di riequilibrio territoriale a patto che il tutto avvenga con una chiara valorizzazione l’identità del territorio (Es. Università di Ponturno, anziché filiale di Ponturno dell’Università di Borlona (abbiamo inventato i nomi). In altre parole, gli sconfinamenti territoriali di Università di grandi città in territori di provincia non hanno molto senso). Se adeguatamente coordinate, possono trasformare le aree interne da spazi marginali a snodi funzionali di un nuovo modello di sviluppo policentrico, più sostenibile, meno congestionato e più resiliente.
Ma quali sono stati i fattori di questa caduta delle aree interne che ora vedono un possibile rilancio?
Il deficit infrastrutturale come moltiplicatore del declino
Il primo fattore è di natura economica e infrastrutturale. Le aree interne soffrono di una dotazione insufficiente di infrastrutture materiali e immateriali: trasporti, sanità, istruzione, connettività digitale.
Questo deficit agisce come un potente moltiplicatore negativo:
- riduce la produttività dei fattori locali;
- aumenta i costi di transazione per imprese e famiglie;
- rende meno attrattivi gli investimenti privati;
- incentiva l’emigrazione selettiva dei giovani e del capitale umano.
Non si tratta solo di “strade che mancano”, ma di ecosistemi infrastrutturali incompleti, che impediscono alle aree interne di inserirsi nelle catene del valore contemporanee, incluse quelle culturali, turistiche e creative richiamate.
Se nel Salento, nelle Puglie, ci sono troppe buche sulle strade al punto di sembrare di stare facendo un Safari di quelli pericolosissimi, l’esperienza di soggiorno di turisti non Italiani non sarà delle migliori. L’Italiano medio chiuderà un occhio ma lo straniero da paesi sviluppati non apprezzerà e dirà: belle le Maldive del Salento ma le Buche del Salento?.
La cultura non può essere solo presentazione di Libri (superati dall’intelligenza artificiale) o manifestazioni legate a tradizioni (superate dalle dirette streaming), deve essere confronto sulle questioni che contano e progettazione culturale macro territoriale.
L’eliminazione delle Province rappresenta un vuoto istituzionale sottovalutato
Un secondo elemento, spesso rimosso dal dibattito pubblico, è l’eliminazione o il forte depotenziamento delle Province. Al di là delle criticità storiche di questi enti, le Province rappresentavano:
- un livello intermedio di governo vicino ai territori;
- un presidio amministrativo per scuole, strade, pianificazione;
- un luogo di mediazione tra piccoli comuni e centro.
La loro rimozione ha prodotto un vuoto istituzionale che non è stato colmato né dalle Regioni (troppo distanti) né dai Comuni (troppo frammentati e sotto-dimensionati). Nelle aree interne, questo vuoto si è tradotto in minore capacità di progettazione, minore accesso alle risorse e maggiore dipendenza da decisioni esterne.
La scelta di voler rimuovere queste istituzioni non è stata delle più felici. La riforma delle Province si è inserita in una fase politica caratterizzata da una forte spinta anti-istituzionale, nella quale il consenso immediato ha prevalso su una valutazione funzionale di medio-lungo periodo.
La Regioni sono enti da grande centro urbano a distanza siderale da piccoli comuni lontani centinaia di chilometri che magari si sentono anche culturalmente distanti da quel centro urbano ma adesso devono fare rifeirmento.
Forse, erano l’unico ente che funzionava e che dava ordine e orientamento.
La riduzione dei parlamentari e l’erosione della rappresentanza territoriale
A questo si aggiunge una dinamica futura ma già visibile: la riduzione del numero dei parlamentari voluta maggiormente dai cinquestelle. Dal punto di vista dell’efficienza istituzionale, la riforma può essere letta come razionalizzazione; dal punto di vista territoriale, però, produce un effetto asimmetrico.
Le aree interne perdono:
- rappresentanti che conoscevano direttamente i territori;
- canali informali di interlocuzione con il centro;
- capacità di “presidio politico” delle istanze locali.
Il rischio è che la rappresentanza diventi sempre più metropolitana e concentrata, con un Parlamento meno sensibile alle specificità territoriali e più orientato ai grandi bacini urbani.
Pensiamo a regioni come l’Umbria o la Basilicata che in parlamento sono sotto rappresentate.
Il fattore mediatico: invisibilità come forma di marginalizzazione
Infine, esiste un problema di narrazione e attenzione mediatica. La narrazione è senza tema di smentita City Centric. I media nazionali tendono a concentrarsi quasi esclusivamente sui grandi centri urbani. La narrazione, vuoi perché i media sono lì, vede Roma, Milano, e poche altre città passare nel mainstream informativo trasformandoli nel perimetro simbolico del “Paese che conta”. Tutto quello che conta e ha un peso è a Roma o a Milano.
Le province e le aree interne diventano visibili solo in occasione di:
- emergenze
- disastri naturali
- cronaca nera
Questa invisibilità strutturale ha un impatto economico e politico. Ciò che non entra nell’agenda mediatica difficilmente entra nell’agenda delle politiche pubbliche. Senza una narrazione che valorizzi cultura, capitale sociale e potenzialità dei territori, ogni strategia di sviluppo rischia di restare tecnocratica e inefficace.
Anche se di recente si vedono tendenze anche qui singolari. Nel senso che risulta avere meno influenza e engagement la narrativa milanese e romana e più quella provinciale dei media locali. I media sono in una fase di forte cambiamento, con i Digital-Social Media che dominano l’advertising e stampa, radio e tv sempre meno influenti.
In questo può esserci un opportunità per le aree interne per trovare spazio nella bolla. Le aree interne possono proporsi con i nuovi media come la novità da scoprire. Il che può renderle più attrattive del già visto e già sentito di Milano e Roma, spesso viste come luoghi negativi e pieni di contraddizioni e cinismo. In tal senso, le visioni e gli eventi possono suonare più interessanti in aree poco presidiate dai media. Ma è chiaro che serve capacità di organizzazione per riuscire a capitalizzare su questo e non sembrare lontani dallo standard.
Dalle politiche compensative a una strategia di sistema di riequilibrio territoriale
Le aree interne sono “residuali” nei modelli di sviluppo perché se non sono raccontate non entrano nell’agenda politica, non generano priorità di spesa, non producono consenso da difendere. Ma come vi abbiamo raccontato è la politica stessa ad averle rimosse dalla propria agenda per ottenere consenso del giorno dopo. Percui le politiche sono pensate per aree dense con i capoluoghi che dominano. Una narrazione mediatica fortemente urbanocentrica tende a rendere le aree interne invisibili, salvo in caso di emergenze.
E’ da qui che la politica deve attivarsi.
Le sedi delle Televisioni e Radio Pubbliche regionali sono solo buone per fare tg naive?
La regionalizzazione del contenuto può avere senso. Può creare più vicinanza e contenuto di qualità e utile e far sentire le persone più al centro del discorso per creare maggiore senso di identità e partecipazione.
La progressiva riduzione della rappresentanza politica territoriale, aggravata dalla riduzione del numero dei parlamentari ha effetti concreti: minore capacità di portare istanze locali a livello nazionale, collegi più grandi, parlamentari più lontani, territori interni senza “referenti”.
L’eliminazione delle Province come presidi istituzionali intermedi rappresenta una delle cause più forti. Le Province erano il livello di governo più vicino alle aree interne gestivano:
- Strade
- Scuole
- Pianficazione Territoriale
Non facevano sentire il cittadino delle aree interne lontano dalle decisioni e dalle istituzioni.
Il quadro che emerge è oltremodo chiaro: il problema delle aree interne non è solo di risorse, ma di architettura istituzionale e di visione. Servono:
- Una strategia culturale e mediatica che riporti i territori al centro del discorso pubblico.
- Infrastrutture come leva di equità territoriale e non come nice-have;
- Nuovi presidi istituzionali o forme di governance intermedia;
- Meccanismi di rappresentanza che riequilibrino centro e periferia;
Le aree interne non sono un residuo del passato, ma, evidentemente, una risorsa strategica per il futuro del Paese, in termini di sostenibilità, coesione sociale e resilienza. Ignorarle significa accettare un modello di sviluppo squilibrato, economicamente inefficiente e politicamente fragile. Senza infrastrutture non esiste cittadinanza economica. E allora focalizzazione su accessibilità, mobilità, sanità, scuola, Università, digitale.
Le aree interne sono diventate “zone a bassa intensità istituzionale”.
L’astensionismo in queste aree è molto più alto. l’astensionismo nelle aree interne è una risposta razionale a un sistema che non produce benefici marginali. Se il voto non cambia servizi, infrastrutture, accesso, allora il costo di partecipare supera il beneficio atteso.
L’astensionismo non è apatia, ma un indicatore di inefficienza allocativa dello Stato.
Non basta però un nuovo partito. Non basta il civismo elettorale. Serve coordinamento e governance territoriale, nuova rappresentanza intermedia, politiche place-based vere. Siamo di fronte in questi territori ad una perdita netta di capitale umano, emigrazione selettiva creata o fisiologica nonché di desertificazione demografica in ogni parte del paese da Nord a Sud. Le aree interne perdono voce, capacità di pressione e accesso informale. Da Sondrio ad Ariano Irpino. Da Venosa a Sezze. Il fallimento della governance multilivello è sotto gli occhi di tutti. .
La formula di governance per il cambiamento è: meno comuni soli, meno lontananza delle Regioni. Meno Più parlamentari per territorio. Riattivazione delle Province. Per cominciare.
Lo squilibrio territoriale è evidente e pende a favore dei grandi centri urbani. Le aree interne non sono una policy di nicchia, ma il banco di prova della tenuta democratica ed economica del Paese.
E’ importante però capire cosa non serve. Sicuramente non serve l’Italia del: faremo questo in sinergia con l’associazione asso di coppe, asso di bastoni, conf qui, conf la, etc. L’Italia del: adesso arriva lui, chiamiamo loro e risolviamo tutto. Dove quel lui è magari uno a capo di un sistema pubblico, accademico o associativo di dubbio valore o uno spokesperson nelle mani del sistema che legge script scritti da altri (Vai, nell’intervento devi dire “SE NON SI INVESTE IN AI, l’Italia non è competitiva”. Bravo, ora puoi ritornare a non far nulla in Viale Parioli) o un giornalista logorroico senza laurea e in mano alla politica che si finge uomo di scienza o accademico. Non serve poi l’Italia dei think tank da Lago di Como. Anche basta.
Traduco per i più compassati: non serve, quindi, un’Italia fondata sulla continua rotazione di figure pubbliche, manageriali o intellettuali presentate ciclicamente come risolutive, ma inserite in sistemi autoreferenziali che riproducono sé stessi senza incidere sui nodi strutturali.
Non serve l’Italia delle “sinergie” annunciate tra sigle, associazioni e organismi intermedi che moltiplicano tavoli, documenti e narrazioni senza produrre capacità di governo reale.
Non serve l’idea che il cambiamento possa arrivare dall’alto, per delega a singole personalità o a reti pubblico-associative chiuse, spesso più attente alla gestione della propria posizione che alla trasformazione dei territori.
La persistenza di élite itineranti e di centri di elaborazione scollegati dai territori è parte del problema, non della soluzione.
Il riequilibrio territoriale non ha bisogno di uomini della provvidenza né di think tank da Lago, ma di istituzioni funzionanti, responsabilità diffuse e meccanismi di governance capaci di incidere sul terreno.
L’esperienza recente dimostra che questo approccio, in assenza di un cambiamento dei meccanismi, produce sempre gli stessi risultati.
Abbiamo o ho ancora una volta voluto evidenziare le cause alla base del problema perché se non si conoscono le cause o i fattori scatenanti del tutto come si potranno mai trovare delle soluzioni idonee a risolverlo?
Vi lascio con questa domanda. Ma non vi lasceremo da soli sul trovare soluzioni a riguardo. Vi proporremo contributi sempre più insightful. Continuate a seguirci .
Dr. Davide Scialpi, Direttore Analisi Politiche Pubbliche di Osservatorio Economia
L’Osservatorio Economia è un osservatorio indipendente che produce analisi e ricerche su temi economici, politici e sociali
